Focus On

RISIKO BANCARIO
20/04/2026

Unicredit attacca la strategia di Commerzbank

A due settimane dall’assemblea per il via libera all’Ops, Piazza Gae Aulenti attacca l’istituto tedesco, che “non è adeguatamente preparato ad affrontare le sfide future”, confrontando il piano 'Momentum' di Commerz con quello che ribattezza 'Commerzbank Unlocked', che prevede la fusione tra le due banche che produrrebbe 21 miliardi di utile al 2030, ricavi per circa 45 miliardi e costi inferiori a 14,5 miliardi
 

Unicredit rompe ancora gli schemi. A due settimane dal 4 maggio, giorno dell'assemblea straordinaria che darà il via libera all'aumento di capitale a servizio dell'Ops su Commerzbank, il gruppo di Piazza Gae Aulenti compie un nuovo affondo e sottolinea che l'istituto tedesco "non è adeguatamente preparato ad affrontare le sfide future" e lancia la sua strategia, affinché ci sia una sferzata su crescita e trasformazione. Da Commerz, attesa l'8 maggio dalla trimestrale, arriva subito la reazione. "Ciò che UniCredit ha presentato non è un'aggregazione aziendale in grado di creare valore, bensì una proposta di ristrutturazione autonoma che deve essere valutata alla luce della strategia esistente di Commerzbank, la quale offre un valore reale e affidabile con un rischio di esecuzione limitato", replica la ceo, Bettina Orlopp. Commerz definisce l'acquisizione, così come è concepita, "distruttiva per il valore per gli azionisti". E anche il governo tedesco, azionista con poco più del 12%, non si fa attendere e ribadisce che la posizione dell'esecutivo non cambia e che "un'acquisizione ostile sarebbe inaccettabile". Unicredit nella sostanza mette a confronto, da una parte, il piano 'Momentum' di Commerz, dall'altro, quello che ribattezza 'Commerzbank Unlocked' in cui definisce la strada che, con una fusione, porterebbe ad una banca più grande, competitiva e redditizia" che serve tanto alla Germania quanto all'Europa, spiega agli analisti Andrea Orcel. Per Commerzbank, invece, da parte dell'istituto italiano non c'è nessuna volontà per una proposta costruttiva. In più, invece, di offrire un premio adeguato critica l'andamento e non offre "un nuovo dettaglio sostanziale sul suo effettivo piano di fusione" Al di là delle schermaglie il vero spartiacque sarà l'esito dell'offerta pubblica di scambio che "dipende dal livello di adesione, che a sua volta influisce, insieme a una maggiore trasparenza di Commerzbank, su una possibile revisione dell'offerta", rileva Orcel. Offerta che partirà dopo l'assemblea del 4 maggio e il cui esito si conoscerà a giugno o poco dopo. Due i possibili scenari. Nel primo Unicredit resta al di sotto della soglia di controllo, "che possiamo gestire - spiega il ceo - se raggiungiamo una percentuale che non assicura ritorni superiori al nostro costo del capitale". Nel secondo si raggiunge "una percentuale che assicura ritorni superiori al costo del capitale" e consente "una transazione strategicamente e industrialmente valida". "Entrambi gli scenari - evidenzia il top manager - rappresentano un vittoria per UniCredit e, a nostro avviso, per gli azionisti di Commerzbank che aderiscono all'offerta". Con un matrimonio che non sarebbe prima del 2029, si arriverebbe a 21 miliardi di utile al 2030, ricavi per circa 45 miliardi e costi inferiori a 14,5 miliardi. Commerzbank presenta "una storia di risultati operativi deludenti" ed è "attualmente sopravvalutata rispetto ai fondamentali", indica UniCredit. La banca, con il suo approccio vede per Commerz l'utile salire a 5,1 miliardi nel 2028 e per il 2030 a 6 miliardi con una combinazione. Quanto alla sola Germania che diventerebbe il primo Paese del gruppo, l'aggregazione con Hvb, la controllata tedesca di Unicredit, porterebbe ad un istituto da 8,5 miliardi di utile. "Hvb e Commerzbank sono altamente complementari: sia dal punto di vista geografico che per quanto riguarda la clientela servita", ricorda Orcel. Commerzbank, nel caso di un'integrazione con Unicredit, "rimarrebbe standalone fino al 2028, visto il tempo e il lavoro necessari per allinearla dal punto di vista industriale e culturale. Quanto alle uscite non sarebbero 15mila, come emerso da ipotesi, ma la riduzione complessiva, su un periodo di cinque anni, sarebbe inferiore alla metà di quella suggerita per la Germania e cioè 7.500.

Autore: ANSA