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POLITICA MONETARIA
Draghi ricarica il bazooka per Lagarde
25/07/2019

Il presidente uscente della Bce non delude e a tre mesi dalla fine del mandato, sette anni dopo il suo "whatever it takes" con cui salvò l'euro, prepara nuove misure espansive. Un ulteriore taglio dei tassi a settembre e una riedizione del QE, perché le prospettive dell'industria manifatturiera stanno peggiorando e perché un'inflazione "permanentemente" così bassa non è accettabile.


Mario Draghi sorprende ancora: il presidente della Bce, a tre mesi dalla fine del mandato e a un giorno dal settimo anniversario dal suo "whatever it takes" del 26 luglio 2012, non si rassegna alla debolezza dell'inflazione, ai rischi globali e a un'industria europea - leggasi italiana e tedesca - che "va sempre peggio". E dunque, da settembre la Bce parte con un taglio dei tassi d'interesse e riapre il dossier del quantitative easing. Con una mossa che di fatto segna la strada del suo successore alla guida della banca centrale da novembre in poi, l'ex capo del Fmi Christine Lagarde, Draghi ha superato le aspettative. Il consiglio della Bce, con una deliberazione non unanime ma con una generale convergenza dei governatori e qualche disaccordo sulle "sfumature", ha praticamente delineato il pacchetto in arrivo alla prossima riunione del 12 settembre. I tassi d'interesse, ora a -0,4%, resteranno su questo minimo storico o potranno scendere "almeno fino alla prima metà del 2020 e comunque per tutto il periodo di tempo necessario". Non solo: il consiglio direttivo ha dato mandato ai comitati dell'Eurosistema di mettere sul tavolo le opzioni per una ripresa del Qe, che secondo diversi economisti potrebbe ripartire con 15 miliardi di acquisti di titoli al mese: i tecnici sono ora al lavoro per esaminare le opzioni relative alle dimensioni e la composizione degli acquisti. E per mitigare l'impatto sugli utili bancari di un tasso sui depositi che ora gli investitori si aspettano scenda a -0,5% a settembre, si profila un 'tiering', vale a dire un'esenzione di una quota di questi depositi. 
Un nuovo stimolo monetario corposo, perché, Draghi sottolinea più volte nella conferenza stampa dopo la riunione nel grattacielo di Francoforte, "non accettiamo un tasso d'inflazione permanentemente così basso" (all'1,3% a giugno). E perché fra minaccia dei dazi, rischi geopolitici, vulnerabilità dei Paesi emergenti (a partire dalla Cina) i rischi per la crescita sono "al ribasso". E anche se i rischi di una recessione in Germania o nell'Eurozona "restano bassi", c'è un vulnus che preoccupa particolarmente il presidente della Bce. "Le prospettive stanno peggiorando sempre di più per il settore manifatturiero nei Paesi dove questo settore è importante". Draghi si riferisce a Germania, in primis, dove c'è una recessione dell'industria cui fa da sponda il terziario. E all'Italia, che, come la Germania, soffre di uno "shock idiosincratico". A diffondere il rallentamento negli altri Paesi ci pensano le catene globali del valore. Il presidente della Bce apre, con parole insolitamente esplicite, a una "politica di bilancio" (in senso di stimolo espansivo) che vada in tandem con l'espansione monetaria: un richiamo importante alla Germania e alla sua austerità, ma che, probabilmente, guarda anche al tentativo di rilanciare gli investimenti pubblici in Italia, anche se va fatto "mantenendo la credibilità sui mercati e ogni Paese ha la sua agenda e sa come attivare la politica di bilancio in caso di shock idiosincratici". 

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