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CONTI PUBBLICI
Il debito sfonda quota 2.500 miliardi
15/07/2020

L'effetto pandemia fa decollare il debito pubblico e raddoppiare il fabbisogno, che è passato dai 29,6 miliardi dei primi cinque mesi del 2019 agli attuali 66,4. La deflazione non preoccupa ancora, ma le entrate fiscali si sono ridotte e si considera già acquisito un rapporto debito/Pil del 160%, che ci rende in tutto e per tutto dipendenti dagli acquisti di titoli della Bce e dagli aiuti europei

Il debito pubblico segna l'ennesimo record e sfora la soglia psicologica dei 2.500 miliardi, a fronte di un fabbisogno che lo shock economico della pandemia ha fatto raddoppiare, fra gennaio e maggio, rispetto allo scorso anno. Una situazione esplosiva se non fosse per l'intervento della Bce, che torna a riunirsi per fare il punto sugli interventi d'emergenza anti-pandemia: con le stime sul Pil italiano ormai convergenti verso un -10% circa quest'anno, il rapporto debito/Pil, senza contare le misure di sostegno economico messe in campo dopo maggio, è già al 156%: secondo la Commissione europea o l'agenzia di rating Fitch, si raggiungerà il 160% a fine anno.
Non suscitare troppo allarme invece le pressioni deflazionistiche in alcuni Paesi: la Bce al momento non vede nessuna deflazione. Nemmeno in Italia, dove l'Istat ha certificato anche a giugno inflazione negativa, a -0,2%, come a maggio. Ci vuole almeno un trimestre sotto zero per parlare di deflazione, e, soprattutto, ci vuole un declino generalizzato dei prezzi che si rifletta nelle aspettative future degli operatori economici che ad oggi non c'è: a pesare è il calo del petrolio mentre segnano un deciso rialzo i prezzi alimentari.
C'è, invece, l'effetto perverso di un indice dei prezzi negativo che concorre ad allontanare la riduzione del debito pubblico. Il debito, solo a maggio, è volato di 40 miliardi raggiungendo i 2.507,6 miliardi, cifra mai toccata prima, a fronte di un fabbisogno più che raddoppiato nei primi cinque mesi dell'anno rispetto allo stesso periodo del 2019, 66,4 miliardi contro 29,6 miliardi di allora. E' un assaggio dell'impatto della crisi del Covid sui conti pubblici: solo a maggio, le entrate tributarie si sono fermate a 24,6 miliardi, in diminuzione su anno di un terzo (-9,5 miliardi) per la
sospensione di diversi versamenti fiscali e per il minor gettito dovuto alla recessione. La spesa corrente nei cinque mesi supera di oltre 22 miliardi quella di un anno prima. A maggio diverse delle misure anti-pandemia ancora non erano pienamente in vigore, con un 'tiraggio' ancora limitato delle garanzie sui prestiti e del 'fondo perduto' alle imprese, cassa integrazione lontana dai livelli prevedibili per fine anno. Così come mancavano, a maggio, i provvedimenti attuativi del Dl Rilancio, tutte voci di spesa il cui conto arriverà progressivamente col passare dei mesi. Il 160%, insomma, è quasi acquisito. Comporta una dipendenza vitale dagli acquisti della Bce che raffreddano lo spread e dagli aiuti europei, che nella quota in cui non saranno a fondo perduto faranno lievitare ulteriormente il debito. E un percorso di aggiustamento delle finanze pubbliche che, in assenza di una crescita da 'anni 60', nell'ordine almeno del 3% l'anno, richiederebbe correzioni drastiche in grado di far impallidire il patto di stabilità.

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