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FISCO
Apple e Irlanda battono la Ue in tribunale
15/07/2020

La Corte europea ha stabilito che i 13 miliardi di sconto fiscale di cui ha beneficiato Cupertino non andranno restituiti perché non sono un aiuto di Stato e non è dimostrato che rappresentino un "vantaggio anticoncorrenziale ai sensi dell'Articolo 107". Bruxelles valuta il ricorso e si prepara a dare battaglia ai paradisi fiscali interni aggirando il vincolo dell'unanimità necessaria per le decisioni in materia fiscale

La Commissione europea perde in Tribunale la battaglia sul fisco contro Apple e l'Irlanda: per i giudici della Ue quello sconto sulle tasse che ha fatto risparmiare al colosso di Cupertino ben 13 miliardi di euro non è un aiuto di Stato e quindi non dovrà mai essere restituito. E' un duro colpo per l'Antitrust Ue e per la sua guerra all'evasione delle multinazionali che sfruttano quei regimi fiscali vantaggiosi messi in piedi da alcuni Stati europei come Irlanda, Olanda, Lussemburgo e Belgio per attirare investimenti. E non è il primo, visto che già l'anno scorso la Corte Ue aveva annullato una decisione simile su Starbucks in Olanda. Per questo, in attesa di capire se fare appello per proseguire la battaglia legale, la Commissione cambia strategia e lancia un nuovo tipo di offensiva anti-evasione: utilizzerà un articolo del Trattato mai utilizzato finora per individuare e perseguire i regimi fiscali anticoncorrenziali. 
La decisione del Tribunale è stata una sorpresa per Bruxelles, che si è vista smontare un'indagine durata diversi anni e che nel 2016 aveva stabilito come grazie a due 'tax ruling', cioè accordi fiscali 'ad hoc' tra autorità e aziende, stipulati nel 1991 e 2007, la Apple ha evaso sistematicamente tasse che avrebbe dovuto pagare su tutti i profitti generati sulle vendite in Ue e anche in Africa e Medio Oriente. Questo grazie al noto schema dello 'spostamento di profitti': la società registrava tutte le vendite nella sede irlandese invece che nei Paesi dove i prodotti venivano effettivamente venduti e tali profitti, anziché essere tassati al 12,5% come previsto dalla 'corporate tax' irlandese, venivano riversati a una 'sede centrale' fantasma 'esentasse' in base alla legislazione irlandese sulle 'società senza stato' abolita poi nel 2013. Per il Tribunale Ue, però, non c'è niente di illegale perché "la Commissione non è riuscita a dimostrare in modo giuridicamente adeguato l'esistenza di un vantaggio anticoncorrenziale ai sensi dell'Articolo 107", spiega la sentenza. Per il Tribunale, "la Commissione avrebbe dovuto dimostrare che il reddito rappresentava il valore delle attività realmente portate avanti dalle filiali irlandesi". Inoltre, "non è riuscita a dimostrare errori metodologici nel tax ruling contestato che avrebbe portato ad una riduzione dei profitti di Apple in Irlanda". 
Apple, che non dovrà più restituire al governo irlandese i 13 miliardi di euro che chiedeva la Commissione, esulta. E molto soddisfatto è anche lo stesso governo irlandese che non ha mai voluto recuperare dall'azienda i 13 miliardi di euro chiesti dalla Commissione Ue, pur di difendere il suo regime fiscale, ora dichiarato corretto dai giudici europei. La Commissione ha due mesi per fare appello, ma dovrà prima studiare le motivazioni, per non rischiare di andare di nuovo contro un muro. Nel frattempo avvia la sua nuova strategia, inedita, contro i Paesi che usano il fisco per attirare le multinazionali. Propone di usare l'articolo 116 del Trattato Ue, che autorizza la Commissione ad intervenire per perseguire tutte le situazioni che alterano il mercato unico. Quindi anche alcuni regimi fiscali "che possono avere effetti dannosi". E' un modo per aggirare il vincolo dell'unanimità necessaria oggi per tutte le decisioni in materia di fisco. Non è ancora una proposta legislativa, ma per ora solo una comunicazione su cui gli Stati potranno confrontarsi. Per il commissario all'economia Paolo Gentiloni "lo scandalo dell'evasione non è più tollerabile", e quindi la Commissione rilancia la sua battaglia. Ma dopo la sentenza su Apple, sarà difficile perseguire quei Paesi europei che adesso si sentono dalla parte giusta della legge. 

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