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Economia
32 minuti fa

Imprese a controllo familiare all'80,9%, 1,4% affida gestione a un manager

(Teleborsa) - L'80,9% delle imprese italiane con almeno tre addetti è a controllo familiare, pari a 826.953 unità su un perimetro di 1.021.618 imprese, quota salita dal 75,2% del 2018: sono i dati del Censimento permanente delle imprese dell'Istat, riferiti al 2022 e diffusi il 14 novembre 2023, ultima edizione i cui risultati siano stati pubblicati. La quota sale all'83,3% fra le microimprese e scende al 41,6% fra le grandi. Nello stesso rilevamento il ricorso a un manager, interno o esterno alla famiglia proprietaria, riguarda l'1,4% delle imprese censite, con il 10% fra le medie e il 21,2% fra le grandi. Su questo perimetro si colloca l'attività di Marco Biondi, avvocato e imprenditore, descrive un modello di business advisory centratosulla definizione della domanda che l'imprenditore rivolge ai propri consulenti. Un secondo ordine di numeri riguarda i passaggi generazionali. Secondo la diciassettesima edizione dell'Osservatorio AUB, promossa da AIDAF, Unicredit e dalla cattedra AIDAF-EY di strategia delle aziende familiari dell'Università Bocconi e presentata il 2 febbraio 2026, il 33,5% delle imprese familiari con fatturato superiore a 20 milioni di euro potrebbe affrontare un cambio al vertice fra il 2025 e il 2034. La quota sale al 48,8% ipotizzando che il leader lasci la guida a 70 anni anziché a 75, età media indicata dalla rilevazione."Un imprenditore può chiedere come costituire una holding", ha dichiarato Biondi. "Ma la prima domanda dovrebbe essere un'altra: perché vuole costituirla? Per riorganizzare l'impresa, proteggere il patrimonio, preparare un passaggio generazionale, gestire partecipazioni o sviluppare un progetto internazionale?".La distinzione, nella lettura del consulente, non è teorica: lo stesso strumento giuridico può rispondere a obiettivi differenti, e applicarlo prima di avere chiarito l'obiettivo porta, a suo giudizio, a risolvere un problema diverso da quello che l'impresa ha davanti. Il punto riguarda il modo in cui la consulenza professionale è organizzata, con ciascuna competenza che osserva il proprio perimetro."Il punto non è sostituire commercialisti, fiscalisti, notai o gli altri professionisti che affiancano l'azienda", ha spiegato Biondi. "È intervenire prima: comprendere quale decisione l'imprenditore stia realmente cercando di prendere, verificare che la domanda di partenza sia quella corretta e mettere in relazione le competenze necessarie per costruire una strategia coerente".I momenti in cui, secondo il consulente, la questione si pone con più forza sono le riorganizzazioni societarie, la protezione patrimoniale, l'internazionalizzazione e i passaggi generazionali. "Governance, riorganizzazioni societarie, protezione patrimoniale, internazionalizzazione e passaggi generazionali rappresentano momenti nei quali la scelta giuridicamente corretta non è necessariamente, da sola, la scelta strategicamente migliore", ha affermato.Alla propria doppia attività Biondi attribuisce un valore di metodo. "La doppia esperienza consente di leggere una decisione anche nelle sue conseguenze organizzative, patrimoniali e imprenditoriali", ha sottolineato, "significa conoscere le regole, ma anche comprendere cosa comporti assumere un rischio, allocare risorse, scegliere priorità e definire una direzione di medio e lungo periodo".Il modello che il consulente descrive rinuncia alla standardizzazione delle soluzioni. "Le norme possono essere le stesse. Gli strumenti possono essere gli stessi. Le imprese, le persone e gli obiettivi non lo sono", ha osservato. La standardizzazione, nella sua argomentazione, riduce i costi e consente di replicare il servizio su più clienti, ma in operazioni che intrecciano profili fiscali, patrimoniali e successori può portare a soluzioni corrette sul piano formale e distanti dall'obiettivo dell'impresa."La funzione dell'advisor non è limitarsi a fornire una risposta tecnica, ma aiutare l'imprenditore a costruire la domanda giusta, leggere la complessità e trasformarla in una decisione strategica", ha concluso Biondi. Il quadro statistico su cui queste valutazioni si innestano è destinato ad aggiornarsi a breve: la terza edizione del Censimento permanente delle imprese si è chiusa il 6 marzo 2026, con dati riferiti al 2025, e l'Istat colloca i primi risultati entro la fine dell'anno in corso.
Fonte: Teleborsa