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Welfare
1 ore fa
L'assistenza porta in disequilibrio la bilancia del welfare italiano. Previdenza sotto controllo
(Teleborsa) - Nel 2024 l'Italia ha complessivamente destinato alla protezione sociale, pensioni, sanità, assistenza, sostegno ai redditi e welfare enti locali, 627,933 miliardi di euro, con un incremento dell'8% rispetto all'anno precedente (44,22 miliardi): la spesa per il welfare ha assorbito oltre la metà di quella pubblica totale, il 56,65%. Rispetto al 2012, e dunque nell'arco di dodici anni, la spesa sociale è aumentata di 195,67 miliardi (+45%): valore imputabile soprattutto agli oneri assistenziali a carico della fiscalità generale, cresciuti del 163,3% (+93 miliardi) a fronte dei "soli" 75 miliardi della spesa previdenziale (+35,55%). Nello stesso periodo, l'inflazione è salita del 24% e il PIL del 35,88%. È quanto emerge dal tredicesimo Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, presentato oggi nella Sala della Regina della Camera dei Deputati.Numeri e "definizione" della spesa pensionisticaNel complesso, la spesa pensionistica di natura previdenziale IVS, comprensiva di integrazioni al minimo e GIAS per i dipendenti pubblici (28,113 miliardi), è ammontata nel 2024 a 286,14 miliardi, con un incremento di 18,7 miliardi rispetto al 2023 su cui hanno inciso in particolare sia l'aumento del numero di pensionati (+75.723 rispetto al 2023) sia la rivalutazione degli assegni all'inflazione. Grazie alla significativa crescita delle entrate contributive, il saldo - comunque negativo - tra entrate e uscite migliora rispetto al 2023 attestandosi a quota 25,55 miliardi (il disavanzo era di 30,72 miliardi lo scorso anno).Sempre con riferimento al 2024, l'incidenza della spesa pensionistica sul PIL - al netto della GIAS - è pari al 13,05%. Percentuale che scende all'11,77%, valore in linea con la media Eurostat, escludendo dal calcolo anche GIAS dei dipendenti pubblici, maggiorazioni sociali e integrazioni al minimo per il settore privato (per un valore complessivo pari a 28,113 miliardi), vale a dire spese che la stessa INPS classifica come assistenziali. "E il rapporto calerebbe addirittura all'8,54% escludendo dal computo anche i circa 71 miliardi di imposte (IRPEF) che in molti Paesi UE o di area OCSE sono molto più basse, quando non del tutto assenti, sulle pensioni", la precisazione del professor Alberto Brambilla, Presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, nonché coordinatore del Rapporto. Come stima la pubblicazione, se il saldo previdenziale fosse ricalcolato, da una parte, tenendo conto dei soli contributi effettivamente pagati dalla produzione (dunque senza considerare i trasferimenti a carico di GIAS e GPT) e, dall'altra, al netto dell'IRPEF che grava sulle pensioni (cioè, la spesa netta per lo Stato e le entrate nette per i pensionati), il bilancio pensionistico sarebbe positivo per ben 60,9 miliardi di euro, a riprova della sostenibilità del sistema anche per le giovani generazioni.Il rapporto spesa pensionistica/PIL comunicato a Eurostat sul 2022 (ultimo dato disponibile) relativamente a pensioni di vecchiaia, anticipate e superstiti per l'Italia è pari al 16,5%, contro il 12,4% della media UE. "Con grave colpa - come suggerito dal Professore - anche delle troppe misure a sostegno del reddito o volte a contrastare l'esclusione sociale impropriamente imputate negli anni al capitolo pensioni, sotto la spinta delle promesse di una politica alla costante ricerca del consenso elettorale". In linea con le precedenti pubblicazioni, la nuova edizione del Rapporto suggerisce pertanto non solo una corretta separazione tra previdenza e assistenza ma anche una maggiore razionalizzazione della spesa assistenziale, che da troppo tempo appesantisce le finanze statali. "È un rischio da non sottovalutare - precisa Brambilla - perché la riforma Fornero fu il frutto amaro di questa confusa comunicazione insieme alla caduta del Governo Berlusconi. Il ragionamento della BCE e dell'UE fu semplice: come può un Paese iper-indebitato spendere 4 punti di PIL in più della media? Il Rapporto sconsiglia di ripetere questa negativa esperienza, soprattutto per i pensionati onesti".Le principali voci della spesa per assistenzaAl 2024 risultano in pagamento in Italia 3.993.738 trattamenti di natura interamente assistenziale (invalidità civile, indennità di accompagnamento, assegni sociali, pensioni di guerra) per un costo totale annuo di 25,404 miliardi, in costante aumento malgrado il calo - fisiologico e costante - delle pensioni di guerra. Nello stesso anno, sono state poi erogate altre 3.179.280 prestazioni parzialmente assistenziali (maggiorazioni sociali, integrazioni al minimo, importo aggiuntivo), di cui 2.152.433 integrazioni al minimo. Considerato che uno stesso soggetto può essere titolare di più prestazioni, al netto delle duplicazioni e della quattordicesima mensilità, i pensionati totalmente o parzialmente assistiti sono dunque 7.173.018, vale a dire il 43,99% del totale. Stima che oltretutto appare in difetto agli estensori del Rapporto, tenuto conto di ulteriori prestazioni come la pensione di cittadinanza (ora ADI) o, ancora, di altre prestazioni anche locali erogate in base ai redditi e alle età che possono beneficiare di ulteriori prestazioni assistenziali. "Dovrebbe far riflettere il fatto che un Paese del G7 come l'Italia abbia 7,17 milioni di pensionati totalmente o parzialmente assistiti, con un costo complessivo di circa 35,8 miliardi l'anno", il commento del Professor Brambilla, che ha poi ricordato come, a differenza delle pensioni sorrette da contribuzione, questi trattamenti gravino completamente sulla fiscalità generale, senza neppure essere soggetti a tassazione. Tanto più che, mentre le ultime riforme hanno colto l'obiettivo di stabilizzare la spesa pensionistica, "le uscite per assistenza - rileva Brambilla - sono cresciute di anno in anno, di pari passo con nuove prestazioni che si sono sommate e sedimentate nella legislazione, senza che nessuno ne abbia mai previsto il riordino". Se si considera poi anche il sostegno a lavoratori attivi, e quindi forme di cassa integrazione, NASpI e così via, lo Stato italiano nel solo 2024 ha dato assistenza a circa 12 milioni di connazionali: una situazione poco sostenibile dal punto di vista socio-economico.I "cattivi" investimenti del welfare italianoComplessivamente, il costo delle attività assistenziali a carico della fiscalità generale è ammontato nel 2024 a 180,544 miliardi, con una crescita di 16,12 miliardi che si somma ai 7,42 del 2023 e ai 12,8 del 2022. Dal 2008, quando la spesa per assistenza ammontava a 73 miliardi, gli oneri a carico dello Stato sono più che raddoppiati, segnando un +147,3% e un tasso di crescita annuo di circa il 7,8%, addirittura di 3 volte superiore a quello della spesa per pensioni. Il tutto mentre il debito pubblico ha sfondato quota 3mila miliardi (erano 3.131 a ottobre 2025), la produttività del Paese langue (il nostro PIL per ora lavorata è cresciuto tra 2006 e 2023 dell'1,26%, contro il 12,24% della media UE) e, stando ai dati Istat, il numero di persone in povertà relativa e assoluta continua a salire. "Verrebbe da dire - puntualizza Brambilla - che spendiamo molto e anche male. Se la distribuzione di sussidi a piè di lista non favorisce la presa in carico di quanti andrebbero aiutati a uscire dalla condizione di povertà, gli scarsi controlli e l'eccessivo assistenzialismo incentivano lavoro nero e sommerso, generando uno dei tassi occupazionali peggiori in Europa". A dicembre 2024 il tasso di occupazione totale 15-64 anni era del 62,5%, quasi 10 punti al di sotto della media europea, pari invece al 72%.Un'idea ancora più concreta dell'incidenza del welfare sulla vita economica del Paese è poi offerta dal rapporto tra spesa per il welfare e spesa pubblica totale, al 2024 pari al 56,56%. In buona sostanza, il nostro Stato destina al sistema di protezione sociale più della metà di quanto spende in totale. Per un confronto, basti pensare che nello stesso anno a scuola, università e ricerca - fondamentali per crescita e sviluppo - sono invece stati riservati circa 83 miliardi, valore pari al 4% del PIL e persino inferiore agli interessi sul debito pagati nel 2024. "Si tratta di cifre importanti che oltretutto contraddicono - precisa il Prof. Brambilla - il sentire comune secondo cui l'Italia sarebbe poco generosa e spenderebbe meno degli altri Paesi dell'UE per il welfare: al contrario, il rapporto tra spesa sociale e PIL ci colloca ai vertici delle classifiche Eurostat, di poco preceduti solo da Austria e Francia".Se si guarda poi a un altro rapporto fondamentale, quello tra entrate e uscite per prestazioni, si osserva che nel 2024 la spesa sociale complessiva ha assorbito il 61% del totale delle entrate contributive e fiscali statali. Nel dettaglio, se per INPS e Inail si può però parlare di "equilibrio", vale a dire di un sistema pensionistico e assicurativo in grado di autosostenersi con i contributi versati da lavoratori...
Fonte: Teleborsa