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Economia
48 minuti fa
PIL, Unimpresa: tagli Ue su stime Italia non reggono a confronto con fondamentali
(Teleborsa) - Le previsioni di primavera della Commissione europea, che oggi ha rivisto al ribasso la stima di crescita del PIL italiano a +0,5% nel 2026 e +0,6% nel 2027, fotografano una fase congiunturale difficile ma ignorano sistematicamente la profonda trasformazione dei fondamentali del Paese. È quanto sostiene Unimpresa, che ha elaborato una lettura comparata dei principali indicatori di solidità macroeconomica e finanziaria dell'Italia. Sul fronte del debito sovrano, lo spread BTP-Bund si colloca oggi intorno ai 70-75 punti base — livelli che, come rilevato dagli analisti obbligazionari, non si vedevano da oltre quindici anni. Un differenziale di tale entità equivale, in termini di minori oneri sul servizio del debito pubblico, a circa 15 miliardi di euro l'anno: una cifra paragonabile a un'intera manovra finanziaria. Non meno significativo il fatto che i titoli di Stato italiani rendano attualmente meno di quelli francesi: un'inversione strutturale rispetto al passato, che misura la diversa percezione del rischio-Paese sui mercati internazionali. Il quadro dei credit default swap sull'Italia conferma la tendenza: i livelli sono contenuti, coerenti con un profilo di rischio percepito come gestibile dagli investitori istituzionali. Sul fronte delle agenzie di rating, il ciclo di revisioni al rialzo degli ultimi dodici mesi è stato pressoché unanime: Fitch ha portato il giudizio a BBB+ con outlook stabile; S&P ha confermato BBB+ sottolineando la coerenza della politica di bilancio; Morningstar DBRS ha alzato il rating a lungo termine ad A (Low); Scope Ratings valuta l'Italia BBB+ con outlook positivo; Moody's ha promosso il debito sovrano da Baa3 a Baa2. Sul mercato del lavoro, il tasso di disoccupazione si attesta intorno al 5,7%, valore storicamente basso che contrasta con la narrativa di un'economia strutturalmente fragile. L'avanzo primario è tornato a orientare la politica di bilancio, e il percorso di rientro del deficit è riconosciuto dalla stessa Commissione, che indica una traiettoria discendente verso il 2,9% nel 2026."I mercati stanno dicendo qualcosa di diverso rispetto a Bruxelles. Quando lo spread è ai minimi da quindici anni, quando tutte le agenzie di rating hanno alzato il giudizio sul debito italiano e quando i BTP rendono meno degli OAT francesi, si sta misurando una credibilità che non appare nei modelli previsionali della Commissione europea. C'è un paradosso evidente nelle previsioni di primavera che la Commissione europea ha pubblicato oggi sull'Italia: mentre Bruxelles abbassa le stime di crescita al +0,5% per il 2026, i mercati finanziari esprimono da mesi un giudizio assai più articolato sulla solidità del Paese. E i mercati, a differenza dei modelli econometrici, scontano in tempo reale informazioni che i rapporti istituzionali incorporano con ritardo. Lo spread BTP-Bund attorno ai 70-75 punti base non è un dato secondario: è il termometro della fiducia degli investitori internazionali sul debito sovrano italiano. Quindici anni fa quel differenziale sfiorava i 600 punti. Oggi i titoli italiani rendono meno di quelli francesi", commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi."Cinque agenzie di rating su cinque hanno rivisto al rialzo il giudizio sull'Italia nell'arco degli ultimi dodici mesi. Il tasso di disoccupazione è al 5,7%, il più basso da decenni. L'avanzo primario è tornato al centro della strategia di bilancio. Nessuno di questi dati compare con il peso adeguato nelle previsioni di oggi. La Commissione attribuisce il rallentamento italiano al nuovo shock energetico provocato dalla crisi dello Stretto di Hormuz — e su questo ha ragione: è uno shock reale, che colpisce tutta Europa, non solo l'Italia. Ma proprio questo rende il confronto interno all'Eurozona rilevante: in un contesto di shock comune, quello che differenzia i Paesi è la resilienza strutturale. E su questo piano, l'Italia del 2026 non è l'Italia del 2011. Il problema dei forecast di Bruxelles non è la disonestà intellettuale — sono elaborati con metodo rigoroso — ma una certa inerzia narrativa: i modelli faticano ad aggiornare la mappa cognitiva dell'Italia quanto i mercati riescono a farlo. Il rischio è che previsioni formalmente corrette, ma fondate su premesse ormai parzialmente superate, alimentino una percezione distorta del Paese all'estero, proprio nel momento in cui le imprese italiane hanno più bisogno di credibilità sui mercati internazionali. Non si tratta di ottimismo di maniera. Si tratta di riconoscere che l'Italia ha compiuto un aggiustamento fiscale e reputazionale che i numeri del PIL — da soli — non catturano. E che una valutazione equilibrata del Paese non può ignorare il segnale che arriva ogni giorno dalle sale trading di Londra, Francoforte e New York".
Fonte: Teleborsa