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1 ore fa

Le imprese in cui investono i fondi di private equity sono più redditizie e meno indebitate

(Teleborsa) - Le imprese in cui investono i fondi di private equity sono più redditizie, con forte export e meno indebitate, mentre i loro board diventano più collegiali, più giovani e meno locali. É quanto emerge da un nuovo report dell'Area Studi Mediobanca sul rapporto tra medie imprese italiane e Private Equity nell'arco di vent'anni di trasformazione e crescita, che integra i principali risultati della ricerca congiunta con la LIUC Business School, attraverso il Pem - Private Equity Monitor e l'Ufficio Studi e Ricerche di AIFI.20 anni di operazioni: natura e caratteristicheL'analisi ha riguardato 319 medie imprese manifatturiere a controllo familiare italiano nelle quali, durante il ventennio 2001-2021, hanno fatto ingresso 148 fondi di PE ed altri investitori finanziari. L'82,1% delle operazioni ha visto il coinvolgimento di fondi chiusi di PE, mentre nel 9,4% dei casi si è trattato di holding di investimento. La parte restante ha coinvolto operatori di diversa natura, tra i quali club deal e family office. Nel 62% dei casi si è trattato di operazioni buy-out (acquisizioni di maggioranza, con uso della leva finanziaria), nel 31% di interventi di expansion (apporto di capitale proprio per la crescita di imprese già avviate), mentre la restante casistica è divisa tra il 4% dei replacement (sostituzione di azionisti di minoranza) e il 3% dei turnaround (risanamento di imprese in difficoltà). Nell'89% dei casi, l'investimento è avvenuto tramite l'ingresso diretto nel capitale delle imprese, nel 7% si è perfezionata la cessione di rami d'azienda e nel 4% tramite secondary buy out. Operazioni di add-on si sono verificate nel 12% deli casi. In costante crescita il numero di investimenti nel ventennio considerato: il 2021, ha segnato il massimo storico dell'intero ventennio con un picco 51 operazioni, ovvero il +42% sia sul 2020 che sul 2019 e il +143% sul 2018. Crescente operatività degli operatori stranieri: nel 2018 le operazioni concluse da soggetti esteri hanno rappresentato circa un quarto del totale, nel triennio 2019-2021 tale incidenza è pressoché raddoppiata al 46%. Stranieri più presenti nel buy-out (74,2% delle operazioni promosse vs 56,3% per gli italiani) e interessati ad imprese più grandi: €66milioni di fatturato vs €48 dei nazionali (€53,4 la media).Il 43% degli investimenti ha avuto ad oggetto imprese con un fatturato medio inferiore a 30 milioni di euro; un ulteriore 33% ha riguardato imprese tra i 31 e i 60 milioni. Solo il 10% delle operazioni ha riguardato aziende con più di 100 milioni di euro di fatturato. I fondi di PE hanno privilegiato target con giro d'affari medio di 55 milioni, più limitata la taglia d'interesse di club deal e family office, tra i 30 e i 40 milioni di fatturato, mentre l'intervento dei fondi sovrani si orienta verso aziende con vendite superiori ai 100 milioni di euro. A livello settoriale, il 45% delle aziende target opera nella produzione di beni industriali (B2B), il 55% in quella di beni di consumo (B2C). Il 60% delle operazioni si è localizzato nelle tre regioni italiane a maggiore vocazione manifatturiera: Lombardia, dove ha sede il 28,8% delle imprese investite, Emilia-Romagna (15,7%) e Veneto (14,7%).Tra cherry picking prima e crescita dopoI PE e gli investitori finanziari operano uno scrupoloso screening delle imprese investibili: i criteri centrali di selezione delle imprese target da parte dei fondi di PE e degli altri investitori finanziari sono tre: elevata marginalità, ridotto indebitamento ed elevata propensione all'export. Infatti, nell'anno precedente l'ingresso dell'investitore, le imprese target hanno conseguito un EBITDA margin medio del 12,7%, ampiamente superiore all'8,5% delle imprese che, pur candidabili, non hanno visto l'anno successivo l'ingresso di un investitore (il cosiddetto campione di controllo). Il rapporto tra posizione finanziaria netta (PFN) ed EBITDA delle imprese target è pari a 1,4 volte (2,9x il campione di controllo); infine, il rapporto tra esportazioni e fatturato totale si attesta al 48,5% (vs 43,2% per il campione di controllo).Dopo l'intervento dell'investitore finanziario, le imprese target imboccano una decisa traiettoria di crescita che risulta sensibilmente superiore a quella del campione di controllo. Nel biennio successivo all'ingresso, l'investitore finanziario imprime al fatturato una crescita cumulata del 25%, che quasi triplica il +9,2% del fatturato delle imprese con caratteristiche similari ma che non sono state oggetto di investimento. Aumentano anche il numero di dipendenti (+17,6% vs +1,3% del campione di controllo) e il totale attivo (+81,9% vs +13,8%). Dopo due anni dall'investimento il fatturato è cresciuto del 22,6% (+14% per gli italiani), +79,1% il totale attivo (vs +51,2%) e +18,8% il numero di dipendenti (vs +12,1%). Le iniziative promosse dai family office risultano le più efficaci in termini di crescita del numero di dipendenti (+36,7% vs +14,3% la media) e del fatturato (+61,1% vs +17,2%); quelle disposte dai fondi sovrani si distinguono per la dinamica del totale attivo (+112,1% vs 61,6% la media). In base alla tipologia di operazione, il fatturato cresce maggiormente nei casi di replacement (+39,5%) ed expansion (+22,9%), entrambi caratterizzati dall'assunzione di una partecipazione di minoranza; il buy-out (acquisizione di quota di maggioranza) ha un maggiore impatto sul totale attivo (+86,2%) in virtù del maggiore utilizzo della leva finanziaria.Le operazioni di turnaround, finalizzate al risanamento di imprese in difficoltà, registrano una contrazione generalizzata dei principali indicatori nei due anni successivi: -20,2% il fatturato, -31,8% il totale attivo e -48,7% l'organico. Una dinamica di crescita più marcata si osserva infine nelle operazioni che riguardano imprese di minori dimensioni (fatturato inferiore a €30milioni nell'anno antecedente l'investimento): +28,3% il fatturato dopo due anni, +74,2% il totale attivo e +18,6% il numero di dipendenti), e in quelle che appartengono ad un distretto (+22,4% il fatturato dopo due anni e +18,6% il numero di dipendenti) e operanti in comparti ad alta intensità tecnologica (+21,7% il fatturato dopo due anni, +96,8% il totale attivo e +22,8% il numero di dipendenti).Gli investitori finanziari, e in particolare quelli del PE, fanno ricorso alla leva finanziaria in misura prudente: nel secondo anno post-investimento il rapporto PFN/EBITDA si fissa su un valore medio pari 2,4 volte (2,2 volte quello mediano), al di sotto della soglia (3 volte) oltre la quale si pongono problemi di sostenibilità. Questo è avvallato dal fatto che quanto più la struttura finanziaria preesistente all'ingresso è già a leva, tanto minore risulta la crescita di fatturato e totale attivo che, dopo due anni dal proprio ingresso, il fondo di PE è in grado di imprimere.L'apertura del capitale e gli effetti sulla governanceL'ingresso di un fondo di Private Equity modifica la dimensione e la composizione dei board. Nell'anno dell'investimento la numerosità media dei CdA passa da 3,5 a 4,9 componenti (cresce ancora a 5,5 membri due anni dopo); i consigli monocratici crollano dal 20,3% degli organi totali al 4,5%. Al momento dell'ingresso di un fondo di PE il 43,1% degli amministratori è già presente nei board e, di questi, il 70% mantiene anche la stessa carica. Dopo due anni, la quota scende al 30%. Diminuisce inoltre l'età media dei board: da 65 a 59 anni nell'anno dell'investimento, fino a 58 anni nei due anni successivi. I nuovi ingressi riguardano infatti profili più giovani (56 anni in media) rispetto a quelli in uscita (69 anni). Con l'ingresso dell'investitore finanziario diminuisce la quota di donne nei board (passa dal 13,9% al 9,7%) che nel 70% dei casi sono anche azioniste dirette. Infine, post investimento, cala la quota di "amministratori locali" (coincidenza tra provincia di nascita e provincia in cui ha sede l'azienda) passando dal 52,9% al 31,4% (24,9% dopo due anni).(Foto: Photo by Sean Pollock on Unsplash)
Fonte: Teleborsa