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1 ore fa
Automotive italiana, incertezza e tensioni geopolitiche: 57% aziende non prevede investimenti in innovazione prodotto
(Teleborsa) - Oltre il 50% delle aziende della filiera automotive italiana non prevede alcun investimento in innovazione di prodotto, in crescita rispetto al 2024: è il dato più critico che emerge dalla Survey 2025 dell’Osservatorio sulle Trasformazioni dell’Ecosistema Automotive (TEA), guidato dal Center for Automotive & Mobility Innovation della Venice School of Management - Università Ca' Foscari Venezia, presentata oggi presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy (MIMIT).Un segnale netto di frenata strategica, che fotografa un settore alle prese con l’incertezza della domanda europea, le tensioni geopolitiche e una transizione tecnologica ancora percepita come rischiosa.Una filiera che si difende: prevalgono le componenti “invarianti” - Di fronte allo scenario instabile, le imprese adottano strategie prudenti. Il 52% del campione dichiara di operare prevalentemente su componenti o servizi “invarianti” rispetto al powertrain, ovvero non direttamente legati né al motore termico né a quello elettrico. Il 15,4% delle aziende prevede di fare innovazione di prodotto per i veicoli full electric. Tiene invece l’innovazione di processo, con una propensione agli investimenti superiore di circa 15 punti percentuali rispetto a quella di prodotto, spinta soprattutto da esigenze di efficientamento e riduzione dei costi in un contesto di competizione globale sempre più serrata.Occupazione in calo, ma l’elettrico crea lavoro - Le previsioni occupazionali riflettono le difficoltà strutturali del settore. Il saldo complessivo atteso nel prossimo triennio è negativo (-4,9%), confermando le preoccupazioni per il futuro dell’occupazione nella filiera automotive.Emergono però segnali incoraggianti da un segmento ben definito: le aziende che investono esclusivamente nell’elettrico (EV) sono le uniche a prevedere un aumento degli addetti, con un saldo positivo del +1,8%. Proprio queste imprese segnalano una forte carenza di competenze specialistiche, in particolare su elettronica di potenza, software e gestione energetica.Struttura finanziaria rigida e scarsa pianificazione - Dal punto di vista finanziario, il settore mostra una forte dipendenza dall’autofinanziamento: quasi il 60% delle imprese utilizza principalmente risorse interne, mentre l’accesso al credito bancario è spesso giudicato costoso e complesso. Un dato particolarmente critico riguarda la pianificazione strategica: circa un’azienda su due non redige un business plan formale.L’appello alle istituzioni: energia e semplificazione - Il report si chiude con una richiesta chiara al decisore pubblico. Per sostenere la transizione e preservare la competitività della filiera, le imprese indicano come priorità assolute la riduzione del costo dell’energia per gli impianti produttivi e la semplificazione burocratica legata agli investimenti. Interventi ritenuti più urgenti ed efficaci rispetto ai soli incentivi alla domanda.“Il rapporto dell’Osservatorio TEA ci offre una fotografia dettagliata della filiera nazionale dell’automotive e delle criticità che il comparto dovrà affrontare. La Commissione ha accettato di anticipare la revisione del regolamento sulla CO2, ma non è ancora sufficiente. Occorre agire in modo più radicale, innanzitutto riconoscendo la neutralità tecnologica e sostenendo lo sviluppo dei biocarburanti. Non possiamo perdere altro tempo, perché dall’industria dell’auto dipendono molti altri settori: in ogni automobile ci sono la siderurgia, la chimica e l’intelligenza artificiale", sottolinea Adolfo Urso, Ministro delle Imprese e del Made in ItalyPer Francesco Zirpoli – Direttore Osservatorio TEA: ’’È in atto una trasformazione profonda del settore automobilistico, con rilevanti implicazioni economiche e sociali. Nel dicembre 2025 la Commissione europea ha proposto una revisione del regolamento sul phase- out dei motori endotermici che introduce maggiore flessibilità per le case automobilistiche e nuovi meccanismi di compensazione delle emissioni, oltre a incentivi alla produzione europea di piccole auto elettriche. Per l’industria italiana si tratta di un’opportunità, a patto di non considerarla un’inversione di rotta: la transizione resta guidata dagli investimenti in digitalizzazione, automazione ed elettrificazione, già fortemente avanzati soprattutto in Asia e sui quali l’Italia non può restare indietro’’.“Il quadro che emerge dalle risposte delle imprese italiane indica chiaramente l’urgenza di un cambio di passo nella politica industriale per il settore automotive, in primis a livello europeo, superando un approccio basato esclusivamente sui target e adottando una strategia fondata su meccanismi premiali e schemi di supporto chiari e strutturati, capaci di promuovere una cultura dell’innovazione indispensabile per competere sui mercati globali. Auspicando che il dibattito sul phase-out dei motori termici nel 2035 possa essere definitivamente archiviato è necessario ora concentrarsi su azioni concrete per tutelare industria e occupazione, costruendo in Italia e in Europa un contesto in grado di rilanciare gli investimenti in un settore altamente strategico come l’elettrificazione dei trasporti", sottolinea Fabio Pressi – Presidente di Motus-E.(Foto: © Sittipong Leetangwattana / 123RF)
Fonte: Teleborsa