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Economia
4 ore fa
Giovani al lavoro: scommessa sulle PMI
(Teleborsa) - Il 74% delle PMI segnala difficoltà nel reperire profili adeguati, eppure oltre il 62% dei giovani intervistati dichiara di preferire un impiego in una piccola o media impresa.Questo è il dato che emerge da un’indagine condotta da I-AER, Institute of Applied Economic Research, su un campione rappresentativo di 630 PMI italiane e su un campione di 481 giovani under 35, che fotografa un mercato del lavoro in tensione. Dall’analisi incrociata emergono segnali apparentemente discordanti. Perché, nonostante l'interesse dei giovani, le imprese continuano a non trovarli?Il 65% degli imprenditori denuncia la scarsità di profili compatibili con le esigenze aziendali, mentre il 35% rileva una bassa motivazione da parte dei giovani verso determinati ambiti produttivi. Tra le criticità emerse nel reclutare giovani oggi, si aggiungono attese poco realistiche su ruoli e retribuzioni (26%), costi iniziali elevati (30%) e difficoltà nel trattenere i talenti dopo l’ingresso (22%)."Il problema non è la mancanza di giovani – spiega Fabio Papa, professore di economia e fondatore di I-AER – ma la difficoltà di incontrarli, attrarli e soprattutto trattenerli. Oggi serve un nuovo patto tra generazioni, basato su fiducia e formazione".Per gli imprenditori le cause sono da ricercare in un disallineamento crescente tra domanda e offerta, aspettative talvolta irrealistiche da parte dei candidati, costi elevati di assunzione e formazione, e un interesse altalenante verso settori chiave dell’economia reale.Secondo la ricerca, gli imprenditori cercano nei giovani non solo conoscenze tecniche, ma qualità trasversali come capacità pratiche, visione d’insieme, problem solving, intraprendenza e adattabilità a contesti mutevoli. Da un lato, le competenze digitali sono considerate ormai un prerequisito essenziale per l’accesso al mondo del lavoro specialmente per i giovani: ma è anche su altre competenze, difficili da trovare, su cui puntano oggi le imprese. In particolare, le competenze più carenti nelle PMI riguardano aspetti cruciali per la competitività aziendale: competenze gestionali/imprenditoriali (52%); soft skill (51%); competenze tecniche settoriali (50%); e linguistiche (13%).Inoltre, dall’analisi emerge che le posizioni più problematiche da coprire sono operai qualificati (52%), seguiti da addetti alla vendita e commerciali (49%), ma anche ruoli strategici come responsabili di reparto (13%), profili contabili e amministrativi (22%) e professionisti del digitale (ingegneri IT e addetti al digital marketing) al 17%. Un mismatch che pesa in modo trasversale su settori e territori, rallentando la crescita di molte realtà produttive.A livello geografico, le imprese del Nord Italia evidenziano una maggiore capacità di inserimento dei giovani nel mondo del lavoro. In particolare, il Nord-Est si distingue con la quota più elevata di giovani under 29 tra i nuovi assunti (45%), superando sia il Nord-Ovest (43%) sia la media nazionale (42%). All’opposto, il Sud e le Isole registrano la percentuale più bassa (39%), a testimonianza di un’integrazione giovanile più debole nel tessuto produttivo locale, che spesso spinge i giovani a cercare opportunità altrove.Le difficoltà di reperimento dei giovani variano sensibilmente anche tra i diversi settori economici. Il comparto delle costruzioni risulta il più critico: ben il 65% delle imprese segnala problemi nel trovare profili adeguati. Anche il manifatturiero mostra un quadro complesso, con difficoltà evidenziate dal 56% delle aziende. Al contrario, il commercio si distingue per una maggiore facilità di inserimento dei giovani, con difficoltà contenute al 37%. Valori intermedi si registrano nel turismo (53%) e nei servizi (42%).Queste criticità, distribuite in modo disomogeneo tra territori e comparti produttivi, generano un impatto economico rilevante. Secondo le ricerche, il mismatch tra domanda e offerta di lavoro di giovani costa al sistema intorno ai 13 miliardi di euro l’anno. Una situazione difficile e profonda che penalizza la crescita.Consapevoli di questa sfida, molte PMI italiane stanno già mettendo in campo strategie per colmare il divario tra domanda e offerta di lavoro. Sotto il profilo del welfare, il 61% delle PMI offre orari flessibili o lavoro da remoto, il 39% eroga buoni pasto e il 35% garantisce copertura sanitaria integrativa. Tuttavia, strumenti altrettanto importanti come agevolazioni abitative (9%), mobilità sostenibile (13%) o servizi per la famiglia (4%) sono ancora poco diffusi.Ma se oltre il 62% dei giovani preferisce lavorare in una piccola o media impresa piuttosto che in una grande azienda, il punto rimane come trasformare questa preferenza in una reale occasione di rilancio per l’economia italiana. Come emerge dalla ricerca, i segnali per invertire la rotta ci sono. Le PMI restano il contesto ideale per chi cerca autonomia, crescita e relazioni autentiche."Stiamo assistendo ad una svolta storica nel mondo del lavoro – dichiara Fabio Papa – la nuova generazione cerca luoghi dove poter contare, apprendere rapidamente e costruire relazioni autentiche. Le PMI, da sempre radicate nei territori ma oggi sempre più dinamiche e internazionalizzate, rappresentano la risposta a questa esigenza".Infatti, le grandi multinazionali, a lungo considerate mete professionali ambite, mostrano sempre più segnali di disallineamento rispetto alle aspettative dei giovani. Processi burocratici lenti, percorsi di carriera rigidi e una percezione di scarsa autonomia professionale emergono come criticità principali. Tra chi lavora in questi contesti, il 71% lamenta una distanza emotiva con l’ambiente e il 65% segnala una mancanza di realizzazione personale."Questo accade perché oggi il successo, per un giovane, non coincide più con il solo status aziendale – afferma ancora Papa – ma con la possibilità di incidere, innovare e crescere umanamente insieme alla propria azienda".L’indagine I-AER ha individuato sette motivi principali che spingono i giovani a preferire le PMI: autonomia; rapidità decisionale; formazione trasversale; welfare personalizzato; legame con il territorio; sviluppo di competenze pratiche e infine apertura all’innovazione. In questi contesti, i giovani assumono responsabilità fin da subito, partecipano attivamente ai processi decisionali e beneficiano di una formazione multidisciplinare che li rende versatili e pronti ad affrontare un mercato in evoluzione."Restituire valore al proprio territorio attraverso il lavoro è una motivazione potente e profondamente sentita dai giovani – spiega Papa – le PMI italiane possono e devono saper intercettare".Dal punto di vista dei giovani, l’Italia non è ferma: secondo l’analisi I-AER, i giovani non rifiutano il lavoro, ma chiedono coinvolgimento reale, rispetto e relazioni autentiche per potersi esprimere, contribuire e crescere. È proprio su questo terreno che le PMI possono fare la differenza: modelli organizzativi più agili, flessibilità, ruoli dinamici e percorsi di crescita personalizzati rappresentano un vantaggio competitivo sempre più riconosciuto."Ora sta agli imprenditori cogliere questa opportunità – conclude Fabio Papa – e investire con coraggio nelle persone, perché è da lì che passa il cambiamento. In particolare, i giovani rappresentano una leva fondamentale per colmare il divario digitale: non portano solo competenze aggiornate, ma un approccio mentale aperto, sperimentale, capace di introdurre innovazione anche nei contesti più tradizionali. Se sapremo valorizzarli, non solo renderemo le nostre imprese più forti, ma potremo dare nuova linfa al sistema produttivo italiano nel suo complesso".
Fonte: Teleborsa