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1 ore fa
Pnrr verso la fine: servono 15 miliardi l'anno per evitare il rallentamento della crescita
(Teleborsa) - Ammontano a una forchetta stimabile tra i 20 e i 30 miliardi di euro le risorse del Piano nazionale di ripresa e resilienza che, per effetto di rimodulazioni e ritardi attuativi, slitteranno oltre il 2026. Si tratta di interventi che non andranno perduti, ma che non produrranno l’impatto economico previsto nell’ultimo anno formale del programma europeo. Alla luce della progressiva conclusione della spinta del Pnrr, per evitare un rallentamento strutturale della crescita sarà necessario attivare misure nazionali in grado di compensarne l’effetto macroeconomico. Una stima prudente indica in circa 15 miliardi di euro annui – pari a poco meno dello 0,7% del Pil – l’ammontare di risorse necessarie per neutralizzare la perdita di circa 0,6-0,8 punti percentuali di prodotto attribuibile alla fase di massima intensità del Piano. È quanto si legge in un report del Centro studi di Unimpresa, secondo cui negli anni 2025-2026 la spesa Pnrr, tra investimenti e trasferimenti, ha raggiunto un volume lordo fino a 35-45 miliardi l’anno, equivalente a circa l’1,5-2% del Pil. Tuttavia, non tutta la spesa si traduce in crescita aggiuntiva: ciò che occorre sostituire non è il flusso complessivo, ma l’effetto netto sull’economia. Da qui la stima di 15 miliardi annui come soglia minima per garantire continuità alla dinamica del Pil. La fine del Pnrr non comporterà un 'cliff edge' immediato, grazie anche agli slittamenti di una quota di progetti oltre il 2026. Ma senza un pacchetto credibile di incentivi agli investimenti e strumenti di mobilitazione del risparmio privato, il rischio è una fase di crescita più debole nel biennio successivo alla chiusura del Piano. "La progressiva conclusione del Piano nazionale di ripresa e resilienza rappresenta un passaggio fisiologico: ora è il momento di riflettere su strumenti che accompagnino in modo ordinato la fase successiva. Non si tratta di lanciare allarmi, ma di programmare per tempo. Un sistema di agevolazioni fiscali mirate, stabile e non episodico, può contribuire a sostenere la crescita e a consolidare i risultati ottenuti negli ultimi anni. In questo senso, condivido quanto affermato oggi in una intervista al Sole24Ore dal presidente dell’Abi, Antonio Patuelli: è condivisibile la sua idea di rafforzare, con equilibrio, gli incentivi agli investimenti e alla mobilitazione del risparmio. Una fiscalità moderatamente incentivante per chi sceglie strumenti di medio-lungo periodo, come obbligazioni bancarie o corporate, può favorire un impiego più produttivo della liquidità oggi parcheggiata sui conti correnti, con benefici sia per i risparmiatori sia per il sistema economico nel suo complesso. Il settore del credito è parte integrante della crescita del Paese. In una fase di normalizzazione dei tassi e di evoluzione del quadro fiscale, è utile lavorare in un’ottica di collaborazione tra istituzioni, imprese e sistema finanziario, per garantire continuità e stabilità allo sviluppo economico", commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi.Secondo il Centro studi di Unimpresa, la progressiva chiusura del Piano nazionale di ripresa e resilienza apre una fase delicata per l’economia italiana. Il 2026 rappresenta l’ultimo anno utile per l’utilizzo delle risorse europee e, secondo le più recenti relazioni sullo stato di attuazione, una quota rilevante degli interventi inizialmente programmati entro quella scadenza è già stata ripianificata oltre il termine formale del Piano. Gli slittamenti, tra rimodulazioni di cronoprogrammi e progetti che proseguiranno con coperture nazionali, possono essere stimati in una forchetta prudente compresa tra 20 e 30 miliardi di euro. Si tratta di interventi che non si perderanno, ma che non produrranno nel 2026 l’impatto originariamente previsto. Questo dato è decisivo per comprendere la portata del 'vuoto' che si profila. Nel 2025-2026 la spesa Pnrr, tra investimenti, trasferimenti in conto capitale e misure correnti, ha rappresentato fino a circa l’1,5-2% del Pil in termini lordi. Tradotto in valori assoluti, su un prodotto interno lordo che oggi viaggia intorno ai 2.200 miliardi di euro, significa un flusso potenziale di 35-45 miliardi annui nelle fasi di maggiore intensità. Tuttavia, non tutta questa cifra si traduce automaticamente in crescita aggiuntiva: conta il moltiplicatore, conta la quota realmente addizionale rispetto alla spesa ordinaria e conta la velocità di messa a terra dei progetti. Le stime più accreditate attribuiscono al Pnrr un contributo alla crescita nell’ordine di 0,6-0,8 punti percentuali di Pil annuo nel momento di massimo impulso. È questo il dato che va 'compensato' se si vuole evitare che, con l’esaurirsi della spinta europea, l’economia rallenti in modo strutturale. Assumendo un moltiplicatore medio prossimo all’unità – ipotesi prudente per investimenti pubblici e incentivi ben mirati – per mantenere invariato quell’effetto sulla dinamica del Pil sarebbe sufficiente un intervento netto nell’ordine di 0,6-0,7% del prodotto. In valori correnti significa circa 15 miliardi di euro l’anno. Questa è la stima prudente delle risorse necessarie non per replicare il volume lordo della spesa Pnrr, ma per salvaguardarne l’impatto macroeconomico. La differenza è sostanziale: non si tratta di sostituire 40 miliardi di cantieri e trasferimenti, bensì di costruire un pacchetto di misure in grado di generare un effetto crescita analogo con un impiego di risorse più contenuto e meglio selezionato. Quei 15 miliardi annui rappresentano una soglia significativa ma non fuori scala per la finanza pubblica italiana, pari a poco meno dello 0,7% del Pil. È un ordine di grandezza compatibile con una strategia pluriennale che punti su incentivi fiscali agli investimenti privati, sostegno alla capitalizzazione delle imprese, strumenti per mobilitare una parte dei circa 1.500 miliardi di euro di liquidità oggi detenuti in depositi bancari e postali, e interventi mirati sulle filiere ad alta intensità tecnologica. Va inoltre considerato che gli slittamenti oltre il 2026 – stimati, come detto, tra 20 e 30 miliardi di euro – svolgeranno una funzione di ammortizzatore rispetto al rischio di 'cliff edge', ossia di una brusca interruzione della spesa pubblica legata al Pnrr. In termini concreti, una parte dei cantieri, dei contratti e degli stati di avanzamento lavori previsti nell’ultimo anno del Piano verrà completata o finanziata negli esercizi successivi, con un trascinamento di pagamenti e investimenti sul 2027 e, in alcuni casi, oltre. Questo significa che il flusso di risorse verso imprese, enti locali e filiere produttive non si azzererà improvvisamente il 31 dicembre 2026, ma si ridurrà gradualmente. Tuttavia, l’attenuazione non equivale a neutralizzazione. Il Pnrr ha rappresentato negli ultimi anni una componente significativa della domanda pubblica, con un’incidenza fino all’1,5-2% del Pil nei momenti di maggiore intensità. Anche se una quota di 20-30 miliardi verrà spalmata nel tempo, il venir meno della cornice europea – con le sue scadenze, milestone e obiettivi vincolanti – comporterà inevitabilmente una riduzione del ritmo di spesa e, soprattutto, della prevedibilità degli investimenti. Proprio per questo la risposta di politica economica dovrà essere tempestiva e credibile. Se le misure sostitutive – nell’ordine prudenziale di 15 miliardi annui – non entreranno in vigore in modo coordinato con la fase discendente del Pnrr, si rischia un vuoto temporale tra la fine dell’impulso europeo e l’avvio della nuova strategia nazionale. In quel lasso di tempo, anche pochi trimestri, la crescita potrebbe rallentare sensibilmente, con effetti a catena su occupazione, investimenti privati e fiducia delle imprese. In altri termini, la transizione deve essere governata: la gradualità della discesa offre una finestra di opportunità, ma non elimina il rischio. Senza un ponte di politica economica adeguato, il biennio successivo al 2026 potrebbe caratterizzarsi per una dinamica del Pil più debole, inferiore al potenziale, con il pericolo di disperdere parte dei benefici strutturali costruiti nella fase di attuazione del Piano. La fine del Pnrr non segna dunque la fine della politica per la crescita, ma il passaggio da una stagione straordinaria, finanziata dall’Europa, a una fase in cui la leva nazionale tornerà centrale. Con una programmazione credibile e un impegno nell’ordine di 15 miliardi l’anno, l’Italia può evitare un rallentamento marcato e trasformare la chiusura del Piano in un’opportunità per rendere più strutturale e autonoma la propria traiettoria di sviluppo.
Fonte: Teleborsa