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42 minuti fa

COP31: non sempre l'elettrificazione fa rima con decarbonizzazione

(Teleborsa) - Le temperature sono cresciute per mesi, i prezzi dell’energia hanno subito forti aumenti e nonostante tutto la diplomazia climatica è in una fase di stallo. Raramente una COP sul clima si è aperta in un contesto così contraddittorio. Dagli incendi boschivi in Europa alle alluvioni in Nepal, l’anno che sta volgendo al termine ha dimostrato ancora una volta che il rischio fisico legato al cambiamento climatico non è più soltanto una questione di previsioni quanto una realtà. Nel frattempo, la guerra in Medio Oriente ha riportato la sicurezza energetica in cima al dibattito.Eppure, nessuno si aspetta che la località costiera turca di Antalya sia teatro di una svolta paragonabile a quelle raggiunte a Glasgow (COP26, nel 2021) o a Dubai (COP28, nel 2023).Un obiettivo ancora lontanoL’abbandono dei combustibili fossili sembra destinato a rimanere ancora un obiettivo lontano. Nel 2025, infatti, le emissioni derivanti dai combustibili fossili hanno raggiunto un livello record e l’impegno assunto a Dubai nel 2023 di avviare una transizione verso il superamento dei combustibili fossili non è ancora stato accompagnato da un calendario di attuazione. Alla COP30 di Belém, lo scorso anno, il testo finale non menzionava nemmeno espressamente i combustibili fossili e la tabella di marcia sostenuta da circa 80 Paesi non è stata adottata. Con i progressi in ambito multilaterale ormai in stallo, le iniziative più ambiziose stanno prendendo forma altrove. Quest’anno, quasi 60 Paesi si sono riuniti al di fuori del quadro delle Nazioni Unite per discutere dell’eliminazione graduale dei combustibili fossili e diversi Stati europei hanno pubblicato le proprie tabelle di marcia.35 entro il 2035Il segnale più chiaro per i mercati arriverà dall’Agenda d’azione della presidenza della COP31. Il suo obiettivo principale è chiaro: aumentare la quota di elettricità sul consumo finale di energia dall’attuale 20% circa al 35% entro il 2035. L’agenda comprende anche altri obiettivi, tra cui una riduzione di almeno il 25% dell’intensità energetica degli edifici e il dimezzamento della crescita dei rifiuti. Nel loro insieme, questi obiettivi delineano chiaramente i settori in cui saranno necessari investimenti: reti elettriche, sistemi di accumulo e processi industriali che richiedono calore, tra gli altri. Per le società di servizi pubblici e i gestori delle reti, rappresentano un segnale di elevata domanda nel lungo periodo. Per il settore industriale, implicano una trasformazione dei processi produttivi. Inoltre, con i prezzi dei combustibili fossili a livelli vertiginosi, l’elettrificazione sta diventando anche una questione di sovranità energetica.Ciò che l’agenda non chiarisceÈ proprio su questo aspetto che l’analisi deve fare la differenza. L’obiettivo 35 entro il 2035 non specifica come verrà generata l’energia elettrica aggiuntiva. Eppure, circa un terzo dell’elettricità mondiale è ancora generato dal carbone. Un’elettrificazione sbagliata potrebbe quindi limitarsi a spostare le emissioni, o persino ad aumentarle, anziché ridurle.A nostro avviso, sono fondamentali diversi criteri: il mix produttivo rappresenta il primo elemento, poiché l’aumento della produzione apporta benefici al clima solo se si basa su capacità di generazione a basse emissioni di carbonio. A ciò si aggiungono i piani di investimento: gli investimenti destinati alle reti elettriche e alle energie rinnovabili sono adeguati rispetto agli obiettivi dichiarati? Un’ulteriore componente da considerare è la solidità patrimoniale, dal momento che questi programmi richiedono ingenti capitali e il loro finanziamento non deve compromettere l’equilibrio finanziario di chi li promuove. Allo stesso tempo, è essenziale che i percorsi di transizione siano credibili, che gli obiettivi di riduzione delle emissioni siano convalidati da terze parti indipendenti e supportati da piani di transizione dettagliati. Infine, anche le tempistiche sono decisive. Gli investimenti concentrati nelle fasi iniziali, infatti, fanno aumentare l’indebitamento prima che i ricavi regolamentati o derivanti da contratti inizino a generare ritorni adeguati. Inoltre, un’elettrificazione basata sul gas o sul carbone espone gli emittenti al rischio di ritrovarsi con asset irrecuperabili. Questi fattori sono importanti sia nella selezione delle società da includere in portafoglio, sia nelle attività di engagement con le stesse. La valutazione di tali rischi richiede inoltre un’analisi approfondita del ruolo dei governi e delle autorità di regolamentazione. Le politiche pubbliche, quali i sussidi e la tassazione sulle emissioni di carbonio (il sistema ETS europeo, ad esempio), così come la prevedibilità del quadro normativo, sono elementi che garantiscono o compromettono il profilo di rischio a lungo termine di questi investimenti.Meno annunci, più azioneDifficilmente quella di Antalya sarà una COP caratterizzata da grandi annunci. Potrebbe tuttavia essere una COP orientata all’azione concreta, come auspicato dalla stessa presidenza. Per gli investitori, il messaggio è che non è necessario attendere i decisori politici. Per indirizzare i capitali verso un’elettrificazione realmente a basse emissioni di carbonio disponiamo infatti di leve concrete: un’allocazione selettiva del capitale e un’attività di engagement rigorosa ed esigente nei confronti delle società partecipate. Saranno soprattutto le politiche nazionali, più che i testi negoziati a livello internazionale, a determinare il ritmo della transizione delle società emittenti. In una COP in cui non sono attese svolte decisive, un’analisi rigorosa diventa essa stessa uno strumento per accelerare la transizione climatica.
Fonte: Teleborsa