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Economia
56 minuti fa

Metalmeccanica, 105mila lavoratori coinvolti nelle crisi: Fim Cisl chiede interventi strutturali

(Teleborsa) - Nel primo semestre 2026, il settore metalmeccanico continua a registrare un ricorso significativo alla cassa integrazione, soprattutto per carenza di ordini, nonostante un calo di 10.169 lavoratori coinvolti rispetto all’ultima rilevazione di dicembre 2025. Il campione Fim Cisl comprende 1.078 aziende e 105.228 lavoratori. Il dato, tuttavia, non considera chi esce dal contesto lavorativo dopo aver esaurito gli ammortizzatori sociali.Le crisi interessano soprattutto automotive, siderurgia ed elettrodomestico, oltre a numerosi comparti dell’indotto. Pesano il costo dell’energia e delle materie prime, la carenza di credito e le difficoltà delle piccole e medie imprese. Preoccupano anche le conseguenze della transizione energetica e digitale, le tensioni geopolitiche e la contrazione degli ordini.Le regioni maggiormente colpite sono quelle ad alta industrializzazione: Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna e Piemonte, che vedono crescere le ore di cassa integrazione, in particolare nei settori legati a macchinari e impiantistica industriale, automotive, elettrodomestico, siderurgia, biciclette, minuteria metalmeccanica e lavorazioni siderurgiche. Liguria, Toscana, Marche, Umbria e Lazio, pur registrando un numero inferiore di aziende in crisi, confermano i settori in maggiore difficoltà (automotive, siderurgia, elettrodomestico); così come le regioni del Centro-Sud (Abruzzo, Molise, Puglia, Campania, Basilicata e le isole Sicilia e Sardegna), dove ai comparti sopracitati si aggiungono le aziende legate alla microelettronica, ai semiconduttori, alla manutenzione industriale e all’impiantistica.Continuano ad esserci processi di delocalizzazione: sono 1.975 i lavoratori coinvolti, con una presenza significativa di aziende che forniscono servizi informatici e di call center. Sono esclusi da una situazione di sofferenza settori come l’aerospazio, la difesa e la cantieristica navale, che vivono invece un periodo di crescita.In conclusione, nel primo semestre 2026 non si riscontra un’inversione di tendenza rispetto ai mesi precedenti tale da recuperare la produzione persa negli ultimi tre anni. Transizione energetica, riposizionamento delle catene del valore a livello globale, guerre, tensioni geopolitiche e costi energetici e delle materie prime - oltre agli impatti (seppur ancora marginali) degli eventi climatici straordinari - continuano a pesare notevolmente sull’intero settore. La contrazione del mercato tedesco e la profonda crisi dell’automotive hanno fatto il resto. Va evidenziato che, nonostante il calo produttivo, la tenuta occupazionale regge grazie al massiccio utilizzo della CIG e altri ammortizzatori (soprattutto nelle PMI, nell’indotto auto, termomeccanica, siderurgia) per gestire il calo degli ordini, sebbene inizino a manifestarsi sofferenze importanti.Per il Segretario Generale della Fim Cisl, Ferdinando Uliano: "I dati del nostro report sulle crisi aziendali rilevano un leggero miglioramento rispetto all’ultimo semestre sui dati di Cassa Integrazione, anche se preoccupa tantissimo l’esplosione della Cassa Integrazione Straordinaria rispetto a quella ordinaria, e la situazione internazionale e i costi dell’energia rischiano di peggiorare ulteriormente la situazione.Nel campione di oltre mille aziende da noi censite si evidenzia la richiesta di CIGO e CIGS, con una conferma della crescita del CIGS rispetto alla CIGO. Nello specifico del settore metalmeccanico nel primo semestre 2026 i provvedimenti di Cassa Integrazione straordinaria sono pari a 73,1 milioni di ore contro la Cassa Integrazione ordinaria pari a 50,6 milioni di ore (dati INPS). Una crescita riconducibile all’aumento delle ore autorizzate per riorganizzazioni e crisi aziendali.Il costo dell’energia e delle materie prime a cui si somma quello dei trasporti e la carenza di risorse finanziarie per gli investimenti e la contrazione degli ordini (specialmente nelle realtà più piccole) sono le cause principali delle difficoltà.L’Italia avrebbe bisogno di politiche industriali che mettano in campo risorse importanti per il settore industriale metalmeccanico (e non solo) con interventi che riportino la ‘questione industriale’ al centro delle scelte economiche. Servono subito interventi strutturali, e non una tantum, di riduzione del costo dell’energia, nelle condizioni attuali lo svantaggio per le imprese italiane rispetto agli altri partener europei è tale da rischiare di metterci fuori la competizione internazionale nel giro di pochi anni.Parallelamente, il sistema industriale a livello nazionale ed europeo va messo nelle condizioni di poter giocare una partita alla pari rispetto alle altri grandi potenze internazionali sul terreno della tecnologia, in particolare sull’AI. Su questo fronte aziende, governo e istituzioni europee devono lavorare in concerto con il sindacato per evitare che una grande opportunità di crescita si trasformi in una leva per ridurre la forza lavoro delle imprese.Un approccio che ci aspettiamo trovi una sua applicazione anche nella gestione delle crisi che devono essere affrontate con impegni concertati con il sindacato, mettendo in campo risorse concrete per la reindustrializzazione e lo sviluppo a sostegno delle filiere in transizione. Quindi non solo aiuti a Difesa e Militare, ma un sostegno con Fondi specifici a tutto il settore industriale. Al MIMIT oggi sono ferme da anni oltre 50 vertenze sindacali 'storiche', dalla siderurgia, all’elettronica automotive e dell’elettrodomestico. A queste se ne sono aggiunte molte altre riguardanti le transizioni delle filiere, e le decine di vertenze territoriali che non arrivano ai tavoli ministeriali, ma che devono essere messe in condizione di poter attingere a risorse finanziarie dedicare per gestire le transizioni in atto, soprattutto impedendo processi di deindustrializzazione.
Fonte: Teleborsa