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Economia
1 ore fa
Imprese, Unimpresa: collegi sindacali proibitivi sotto 50 dipendenti, costo da 1,2 miliardi
(Teleborsa) - L’obbligo di nominare il collegio sindacale per le piccole imprese italiane comporta costi elevati a fronte di benefici economici limitati e temporanei. È pari a 1,2 miliardi di euro il costo aggregato sostenuto dal sistema produttivo nel 2023, più che raddoppiato rispetto ai 547 milioni del 2017 dopo l’abbassamento delle soglie dimensionali introdotto nel 2019. Il costo medio annuo dei sindaci per una società a responsabilità limitata si colloca tra 21.000 e 27.000 euro. Per un’impresa con circa 20 dipendenti, l’onere può arrivare a incidere fino al 3% del costo complessivo del lavoro, mentre per le aziende con 50–249 addetti il peso si riduce allo 0,6–0,8%. È quanto emerge da un documento del Centro studi di Unimpresa, secondo cui i benefici della supervisione obbligatoria risultano contenuti e non strutturali. Sul fronte patrimoniale si registra un aumento medio dell’8% di capitale e riserve nei primi tre anni, effetto che tende a svanire al termine del mandato triennale. La probabilità di fallimento si riduce di 0,5 punti percentuali, ma solo temporaneamente, mentre le ristrutturazioni del debito vengono anticipate di quasi un anno. Nessun effetto significativo emerge invece sull’accesso al credito, né in termini di tassi di interesse né di quantità di finanziamenti, così come sulla produttività. Il confronto europeo rafforza il carattere anomalo del caso italiano. L’Italia è l’unico grande Paese dell’Unione a imporre il collegio sindacale alle imprese con meno di 50 dipendenti. Le soglie di fatturato sono più basse (4 milioni di euro) rispetto a Francia, Germania e Regno Unito (10–17,8 milioni), e l’obbligo scatta al superamento di una sola soglia, mentre negli altri Paesi ne sono richieste almeno due. Il bilancio finale costi-benefici appare sbilanciato. Nel 2015, anno in cui i benefici risultano massimi, la riduzione del debito legata ai fallimenti evitati è stimata in 101 milioni di euro, a fronte di circa 700 milioni di costi, oltre dodici volte superiori. Pur riconoscendo benefici indiretti difficili da quantificare – come il miglioramento della governance e della compliance fiscale – lo studio conclude che, per le piccole imprese vicine alle soglie minime, l’onere regolamentare risulta sproporzionato rispetto ai vantaggi economici misurabili. "Occorre una riflessione seria e responsabile da parte del legislatore. Nessuno mette in discussione il valore della trasparenza, della buona governance e dei controlli, ma quando l’onere regolamentare rischia di diventare sproporzionato rispetto ai benefici, soprattutto per le imprese più piccole, è doveroso interrogarsi sull’efficacia delle norme. L’Italia è oggi l’unico grande Paese europeo a imporre il collegio sindacale alle imprese sotto i 50 dipendenti, con costi che possono arrivare a incidere fino al 3% del costo del lavoro. È un elemento di rigidità che pesa in modo particolare sulle micro e piccole aziende, proprio quelle che rappresentano l’ossatura del nostro sistema produttivo. Auspichiamo una revisione equilibrata delle soglie e dei criteri, che tenga conto delle dimensioni reali delle imprese e delle evidenze empiriche disponibili, senza indebolire i presìdi di legalità ma evitando di gravare inutilmente su chi ha meno strumenti per assorbire costi fissi aggiuntivi. Rendere il sistema più proporzionato e coerente con gli standard europei significherebbe liberare risorse da destinare a investimenti, occupazione e crescita" commenta il presidente di Unimpresa, Paolo Longobardi. Secondo il Centro studi di Unimpresa, che ha analizzato dati della Banca d’Italia, l’obbligo di nominare un collegio sindacale per le piccole imprese italiane presenta un conto salato e risultati economici limitati. Per le pmi, i costi della supervisione obbligatoria superano di gran lunga i benefici misurabili, arrivando in alcuni casi a essere oltre dodici volte superiori, con punte ancora più elevate in specifici anni di osservazione. L’Italia rappresenta un’eccezione nel contesto europeo. È infatti l’unico grande Paese dell’Unione a imporre alle imprese con meno di 50 dipendentil’obbligo di nominare e retribuire un collegio sindacale. Una scelta regolatoria che non trova riscontri comparabili in Francia, Germania o Regno Unito, dove i controlli obbligatori scattano solo oltre soglie dimensionali e di fatturato significativamente più elevate. Nel nostro ordinamento, è sufficiente superare una sola soglia – ad esempio 4 milioni di euro di ricavi – per far scattare l’obbligo. Negli altri grandi Paesi europei, invece, le soglie sono più alte (tra 10 e 17,8 milioni di euro) e l’obbligo nasce solo al superamento simultaneo di almeno due parametri dimensionali.Il costo medio annuo dei sindaci per una società a responsabilità limitata si colloca tra 21.000 e 27.000 euro. Una spesa che incide in modo molto diverso a seconda della dimensione aziendale. Per un’impresa con circa 20 dipendenti, il costo del collegio sindacale può arrivare a rappresentare circa il 3% del costo complessivo del lavoro. Una quota tutt’altro che marginale, soprattutto per aziende a bassa redditività o fortemente esposte alla concorrenza. L’incidenza si riduce progressivamente all’aumentare della dimensione, ma resta comunque significativa: per le imprese con 50–249 addetti, il peso oscilla tra 0,6% e 0,8% del costo del lavoro. A livello di sistema, l’impatto è ancora più evidente. Nel 2023, il costo aggregato dei collegi sindacali ha raggiunto 1,2 miliardi di euro, più che raddoppiato rispetto ai 547 milioni del 2017. L’aumento è strettamente legato all’abbassamento delle soglie introdotto nel 2019, che ha ampliato la platea delle imprese soggette all’obbligo.Se si analizzano in dettaglio anche i benefici prodotti dalla supervisione obbligatoria, emergono risultati limitati e temporanei. Sul fronte della patrimonializzazione, si osserva un incremento medio dell’8% di capitale e riserve nelle imprese interessate, ma solo nei primi tre anni. Al termine del mandato triennale del collegio sindacale, l’effetto tende a scomparire. Quanto alla probabilità di fallimento, la riduzione stimata è pari a 0,5 punti percentuali, anche in questo caso circoscritta nel tempo. Più rilevante appare l’anticipo delle ristrutturazioni del debito, che vengono avviate in media quasi un anno prima, segnalando una maggiore emersione precoce delle difficoltà finanziarie. Decisamente più debole, invece, l’impatto sull’accesso al credito: lo studio non rileva miglioramenti significativi né nei tassi di interesseapplicati dalle banche né nella disponibilità complessiva di finanziamenti. Allo stesso modo, non emergono effetti positivi sulla produttività. Il bilancio costi-benefici è particolarmente eloquente. Nel 2015, anno in cui i benefici risultano massimi, la riduzione del debito legata ai fallimenti evitati è stimata in 101 milioni di euro. Nello stesso periodo, i costi sostenuti dalle imprese per la supervisione obbligatoria ammontavano a circa 700 milioni di euro, oltre dodici volte superiori. Gli autori riconoscono l’esistenza di benefici difficilmente quantificabili, come il miglioramento della governance e della compliance fiscale, che possono assumere maggiore rilevanza per le imprese di dimensioni medio-grandi. Tuttavia, per le piccole imprese prossime alle soglie minime, l’analisi è chiara: l’onere regolamentare appare sproporzionato rispetto ai vantaggi economici misurabili, sollevando interrogativi rilevanti sull’efficienza e sull’equità dell’attuale assetto normativo.
Fonte: Teleborsa