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47 minuti fa

Minerali critici: 65 miliardi di fondi pubblici nel 2025, ma molti restano inutilizzati

(Teleborsa) - Il settore industriale è ben consapevole delle potenziali carenze di minerali critici, tuttavia le imprese tendono ancora troppo spesso a sottostimare l’esposizione reale alle loro interruzioni. È quanto emerge dallo studio Why Critical Mineral Shortages Are a CEO Issue di Boston Consulting Group (BCG), secondo cui le metriche più diffuse (revisione della spesa, dati dei fornitori diretti, Paese di origine) lasciano nell’ombra i materiali che contano di più. Il modello di BCG stima che la domanda di elementi chiave, tra cui terre rare, grafite, rame e litio, raggiungerà circa il 120%-250% dell’offerta prevista fino al 2040, spinta soprattutto dalle batterie e dall’elettrificazione (che, insieme, faranno aumentare di 20 volte la domanda di minerali critici entro il 2040), ma anche dallo sviluppo dell’intelligenza artificiale e dall’aumento della spesa per la difesa."La maggior parte delle aziende industriali misura l’esposizione ai minerali critici in base alla spesa, ma a fermare la produzione sono spesso quelli su cui si spende quasi nulla" spiega Stefano Pini, Managing Director e Partner di BCG. "Le terre rare pesano meno dell’1% sul valore di un’auto elettrica, eppure senza il magnete che le contiene l’auto non esce dalla fabbrica. Magneti simili servono ai generatori delle turbine eoliche e dal gallio dipendono chip di potenza e processori per l’AI dei data center. Nell’aerospazio, civile e militare, i minerali critici stanno perfino negli utensili in carburo di tungsteno e cobalto con cui si lavorano i componenti strutturali".L’esempio che emerge con più forza dall’analisi è quello del gallio, il cui valore economico complessivo a livello mondiale è inferiore a  350 milioni di dollari l’anno, con una produzione di circa 900 tonnellate. BCG stima che proprio da questo dipendono prodotti finali per circa 3.500 miliardi di dollari: chip logici e di potenza, GPU per l’AI, componenti per le comunicazioni 5G e satellitari. Per molte di queste applicazioni i sostituti non esistono o sono tecnicamente complessi, con tempi di qualificazione lunghi. BCG li definisce "minerali zanzara": materiali con un valore di comparto così ridotto da non comparire nel registro dei rischi, ma così essenziali che intere filiere si fermano in loro assenza. Un caccia, per esempio, impiega circa 20 chilogrammi di terre rare, che valgono in totale meno della vernice che lo ricopre.La risposta convenzionale ai rischi di esposizione porta a tre punti ciechi, delineati dall’indagine. Il primo è dare troppo peso alla spesa: le organizzazioni partono dall’elenco dei materiali che compongono i propri prodotti e si concentrano su rame e litio, grandi per volumi e valore d’acquisto, mentre i rischi più seri riguardano i minerali zanzara descritti sopra. Il secondo concerne i fornitori di primo livello: i minerali arrivano incorporati nei componenti (motori, magneti, moduli di potenza, laser, sensori) e negli strumenti con cui questi vengono prodotti, dai crogioli ai catalizzatori. Un produttore che non ha mai acquistato tungsteno o cobalto, per esempio, può trovare la linea ferma per la mancanza degli utensili con cui lavora i propri pezzi, una dipendenza che non compare in nessuna distinta base. Il terzo punto cieco è guardare a dove i minerali vengono estratti, senza considerare dove vengono lavorati e a chi appartengono gli impianti. La Cina raffina circa il 90% delle terre rare e lavora circa il 70% della grafite. Anche la mappa degli asset può trarre in inganno: nell’estrazione del cobalto la quota cinese è del 2% se si guarda alla localizzazione degli impianti e del 47% se si osserva chi li possiede; nella raffinazione del nichel si passa dal 31% al 76%. Spostare un contratto da una raffineria cinese a una indonesiana, dove le società e gli azionisti di Pechino detengono la maggioranza della capacità, può quindi lasciare invariata l’esposizione geopolitica dell’azienda.È importante individuare questi angoli ciechi, poiché possono limitare l’accesso ai capitali pubblici. Nel 2025 gli impegni di finanziamento pubblico per i minerali critici nelle economie avanzate hanno raggiunto circa 65 miliardi di dollari, più di quattro volte il livello del 2023. Secondo la revisione di BCG sui principali strumenti sostenuti dai governi, a fine settembre 2026 alcuni Paesi avevano impiegato meno del 10% del capitale assegnato e altri nulla. Tra i veicoli analizzati compare anche il Real Asset Fund italiano (grafico 3), per il quale a fine settembre 2026 non risultano operazioni dichiarate.Questi strumenti prevedono obblighi di rendicontazione, diritti di governance, requisiti di localizzazione e screening, coprendo circa un decimo del capitale necessario per soddisfare la domanda fino al 2040. Servono ad attrarre capitali privati e il requisito di accesso principale è di norma l’impegno di acquisto a lungo termine (offtake)."Molte imprese italiane lavorano a metà delle catene di fornitura, dove l’esposizione si vede meno. I fondi pubblici stanziati, anche in Italia, sono in gran parte ancora da spendere. L’accesso passa di norma da impegni di acquisto a lungo termine, che un’azienda non può assumere in modo credibile se non conosce la propria esposizione. Mapparla è il primo passo per costruire una posizione più solida sia sulle forniture sia sull’accesso a questi capitali", conclude Pini.Alcune aziende hanno già sfruttato questi capitali pubblici, ad esempio Siemens Gamesa ha firmato un contratto vincolante di cinque anni con Arafura Rare Earths per neodimio e praseodimio, a partire da 200 tonnellate l’anno nel 2026 fino a 400 dal terzo anno, destinate alle turbine assemblate a Cuxhaven. Il governo tedesco aveva dichiarato che avrebbe valutato una garanzia sul credito all’export fino a 600 milioni di dollari per la miniera, a condizione che Arafura firmasse contratti con aziende tedesche. L’accordo era strutturato per soddisfare quella condizione e la banca di sviluppo tedesca ha poi investito direttamente nel progetto. In questo e negli altri due casi che BCG cita nel report (Mitsui e Traxys), a individuare i punti ciechi sono stati il CEO e il team esecutivo.Lo studio propone cinque azioni per le aziende del segmento, in ordine crescente di impegno: mappare i rischi lungo l’intera catena del valore, diversificare i fornitori, ridurre la dipendenza già in fase di progettazione, recuperare i materiali con modelli circolari e, per i minerali più critici, assicurarsi accesso e controllo diretti dell’offerta. La diversificazione, avverte BCG, serve solo se riduce davvero la concentrazione: allargare la base dei fornitori di componenti non basta se tutti dipendono dallo stesso collo di bottiglia a monte.Le aziende non devono applicare tutte le mosse né partire dalla prima. Tre criteri indicano dove concentrare gli sforzi: se la questione riguarda il costo o la disponibilità, quanto dura la qualificazione di un nuovo fornitore e se l’intervento riduce la concentrazione misurata.(Foto: Photo by John Schnobrich on Unsplash)
Fonte: Teleborsa