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45 minuti fa
Più Borsa, più crescita: cosa succederebbe se l'Italia avesse 1000 società quotate
(Teleborsa) - Il mercato azionario italiano, gestito da Borsa Italiana e parte del gruppo Euronext dal 2021, resta strutturalmente sottodimensionato rispetto al peso dell'economia reale del Paese. Con circa 400 società quotate e una capitalizzazione pari al 47% del PIL, l'Italia si colloca nettamente indietro rispetto ai principali mercati europei: in Francia il rapporto capitalizzazione/PIL è di circa il 107%, nel Regno Unito il 130%, in Svezia addirittura il 185%. È da questo divario che parte la ricerca "Più Borsa, più crescita: l'Italia delle 1000 quotate", curata da Stefano Caselli, Maria Chiara Merola e Marta Zava della SDA Bocconi School of Management, che si interroga su una domanda volutamente ambiziosa: cosa cambierebbe per il sistema Paese se le società quotate in Italia diventassero 1000?L'impatto macroeconomico: tre scenari a confrontoIl cuore quantitativo dello studio è un'analisi di sensitività che collega l'espansione del mercato azionario a tre indicatori macroeconomici chiave: crescita del PIL, gettito fiscale e tasso di disoccupazione. Partendo da una base 2025 del 47% di capitalizzazione sul PIL, i ricercatori hanno costruito tre scenari:Conservative (80% cap./PIL): +0,60 punti percentuali di crescita del PIL, +1,30 pp di gettito fiscale, -1,20 pp di disoccupazione;Target (100% cap./PIL): +0,95 pp di PIL, +2,09 pp di gettito fiscale, -1,93 pp di disoccupazione;Best Case (125% cap./PIL): +1,40 pp di PIL, +3,07 pp di gettito fiscale, -2,85 pp di disoccupazione.Un dato che gli autori tengono a precisare: anche nello scenario più prudenziale gli effetti restano economicamente rilevanti, segno che i benefici di un mercato più ampio si manifestano gradualmente e non solo al raggiungimento pieno dell'obiettivo delle 1000 quotate. Allo stesso tempo, lo studio invita a non leggere questi numeri come la prova di un nesso automatico tra numero di quotate e crescita nazionale, quanto piuttosto come la quantificazione di un vero e proprio costo-opportunità: il prezzo, in termini di crescita mancata, del mantenimento dello status quo del mercato azionario italiano.I vantaggi delle quotate: un circolo virtuoso a livello di impresaOltre alla dimensione macro, la ricerca analizza in profondità i meccanismi microeconomici che spiegano perché le società quotate performino sistematicamente meglio di quelle private, basandosi su dati relativi al periodo 2015-2024.Ricavi. Le società quotate italiane hanno registrato una crescita media annua dei ricavi dell'8,2%, contro il 4,7% delle non quotate: un differenziale di 3,5 punti percentuali attribuibile a un migliore accesso al capitale, maggiori economie di scala, efficienza operativa e pratiche manageriali più strutturate.Produttività e investimenti. Le quotate generano il 24% in più di ricavi per dipendente rispetto alle private, un vantaggio legato a competenze più qualificate e maggiore disponibilità di capitale da investire in tecnologia e infrastrutture. Non a caso, la propensione agli investimenti delle quotate si attesta al 6,8% dei ricavi contro il 4,2% delle non quotate, mentre la leva finanziaria è superiore di circa 23 punti percentuali, segno di una maggiore capacità di accesso al credito.Occupazione. Il "premio occupazionale" delle quotate è tra i dati più significativi dello studio: crescita media annua dell'occupazione del 3,8%, più del doppio rispetto all'1,2% delle società private. A questo si aggiungono salari mediamente più elevati e un costo per dipendente pari a 1,3 volte quello delle imprese non quotate, elementi che alimentano un meccanismo di attrazione e trattenimento dei talenti.Redditività. L'EBITDA margin medio delle quotate è del 14,8% contro l'11,2% delle private (+3,6 punti); il ROE mediano raggiunge l'11,2% contro il 9,8%, con un ROA superiore di circa 1,7 punti.M&A. Le società quotate, pur rappresentando appena lo 0,01% del tessuto imprenditoriale italiano, hanno generato circa il 20% delle operazioni di M&A registrate in Italia tra 2015 e 2025, pari al 28% del valore complessivo: un ruolo di catalizzatore di aggregazioni e consolidamento industriale ben più che proporzionale al loro numero.Da 400 a 1000: la pipeline delle nuove quotazioniLo studio non si ferma alla diagnosi, ma prova a disegnare il percorso quantitativo verso l'obiettivo. La stima è di un bacino potenziale di 602 nuove quotazioni nette in un arco temporale di circa dieci anni, distribuite per classe dimensionale: Classe di fatturatoNumeroIncidenzaCapitalizzazione totale stimataMicro (<50 mln €)416,8%1,8 mld €Piccole (50-100 mln €)6210,3%5,3 mld €Medie (100-250 mln €)18630,9%47,8 mld €Grandi (250 mln-1 mld €)25041,5%247,5 mld €Grandissime (>1 mld €)6310,5%186,6 mld €Totale602100%489 mld €La strategia indicata dai ricercatori non punta a moltiplicare le micro-quotazioni - che, come già dimostrato da Banca d'Italia, incidono poco sulla capitalizzazione complessiva - bensì a concentrarsi sulle 313 grandi imprese (quelle con ricavi superiori a 250 milioni di euro), che da sole coprirebbero il 52% delle nuove quotazioni nette previste e l'88% della nuova capitalizzazione. Un obiettivo parallelo riguarda il cosiddetto "missing middle": le imprese con ricavi tra 100 e 250 milioni di euro, la cui presenza in Borsa dovrebbe aumentare di circa 4,5 volte. A livello settoriale, gli incrementi più consistenti sono attesi nell'industriale (161 nuove quotazioni, 145 miliardi di nuova capitalizzazione) e nei beni di consumo discrezionali (107 quotazioni, 70 miliardi), mentre le crescite percentuali più marcate riguardano beni di consumo primari (da 16 a 112 società) e sanità (da 20 a 70 società).Sommando le diverse componenti - crescita organica delle quotate attuali, nuove quotazioni e loro successivo apprezzamento - lo studio arriva a colmare l'intero gap di capitalizzazione necessario per passare dal 47% al 100% del PIL, pari a circa 1.204 miliardi di euro aggiuntivi, per una capitalizzazione totale di 2.279 miliardi.Le raccomandazioni di policy, in sintesiPer tradurre questo potenziale in realtà, la ricerca individua sei direttrici di intervento: canalizzare il risparmio delle famiglie verso l'azionariato, anche sulla scorta dei futuri Saving and Investment Accounts europei; coinvolgere maggiormente gli investitori istituzionali (fondi pensione, casse, assicurazioni), oggi frenati da vincoli regolamentari e da una scala ridotta rispetto ai concorrenti internazionali; incentivare fiscalmente le imprese a quotarsi, rendendo strutturali strumenti come il Bonus IPO e riducendo il "debt bias" del sistema tributario che oggi favorisce il debito rispetto al capitale di rischio; rafforzare l'ecosistema di intermediari, advisor e analisti che accompagnano le società verso il mercato; proseguire sulla strada delle riforme regolamentari già avviate (Legge Capitali, riforma del TUF, Listing Act europeo in vigore dal 2026), semplificando ulteriormente senza però attendersi da sole la soluzione strutturale; e infine promuovere una trasformazione culturale che porti famiglie e imprenditori a vedere la Borsa non come una perdita di controllo, ma come uno strumento di crescita e continuità.La conclusione degli autoriLo studio chiude con un messaggio netto: portare il mercato azionario italiano a 1000 società quotate e al 100% del PIL non è un traguardo fine a se stesso, ma una leva di politica industriale capace di generare crescita più ampia, trasparente e condivisa. Il successo dell'operazione dipenderà però da un approccio coordinato e di lungo periodo tra riforme fiscali, regolamentari e culturali, monitorando nel tempo indicatori come numero di nuove quotazioni, capitalizzazione, liquidità degli scambi e partecipazione di investitori istituzionali e risparmiatori.
Fonte: Teleborsa