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40 minuti fa

L'Ecopillola di Ferretti: gli USA stretti tra inflazione e debito pubblico

(Teleborsa) - L'inflazione USA si conferma elevata a causa del rincaro del prezzo dell'energia e, per contenerla senza danneggiare l'economia e il debito pubblico, la Fed ha fatto una "scelta di buon senso", alzando i tassi d'interesse di 25 punti base. Il tutto difendendo la propria indipendenza. E' la sintesi tracciata dall'economista Andrea Ferretti nell'ultima Ecopillola, che fa il punto sulla situazione economica americana. 1- L'inflazioneNel mese di agosto, su base annua, l'inflazione in America è rimasta a livelli decisamente alti, segnando un +3,4% ben al di sopra di quel target del 2% indicato dalla Fed. Da evidenziare che questo dato è fortemente influenzato dal prezzo della benzina, aumentato del 28% su base annua ed arrivato in media a 4,4 dollari al gallone (oltre i 6 dollari in California). Il che vuol dire, banalmente, che gli americani non devono più affrontare solamente, come in passato, un'inflazione da domanda, ossia determinata da un surriscaldamento dell'economia e da pressioni salariali, ma anche un'inflazione da offerta, causata da fattori esterni, quali il restringimento delle rotte commerciali attraverso le quali transitano le fonti energetiche. Infatti, anche se gli Stati Uniti continuano ad essere il primo produttore al mondo di petrolio, se Hormuz viene chiuso, l'offerta globale di petrolio si riduce ed il prezzo sale. Ma sale ovunque, anche negli Stati Uniti, per il semplice fatto che anche i produttori americani non intendono vendere petrolio sottocosto nemmeno ai loro compatrioti. Il problemino è che questa inflazione da offerta è piuttosto insensibile alle manovre monetarie sui tassi, perché, per calmarsi, esige che il problema venga risolto alla fonte.E questo, ovviamente, è tutt'altro che facile. 2 - I tassi di interesseIn questo scenario, il 16 settembre scorso, la Fed ha alzato i tassi di 25 basis point, portandoli nell'intervallo 3,75-4%. E' la prima volta dal luglio del 2023. Due considerazioni a riguardo. La prima considerazione riguarda gli uomini coinvolti. Innanzitutto, un plauso va al presidente della Fed Warsh, che, benché nominato da Trump con la chiara intenzione di spostare a suo favore gli equilibri all'interno della Fed, ha sin qui dato prova di autonomia dalla Casa Bianca. Warsh ha chiarito da subito che l'inflazione andava affrontata concretamente ed in quest'ottica si è sempre mosso. Ma il vero plauso deve andare a Gerome Powell, il predecessore di Warsh alla Fed. Infatti, Powell ha resistito per anni agli attacchi, anche personali, di Trump che voleva a qualunque costo obbligarlo ad abbassare i tassi di interesse, per motivazioni molto "elettoralistiche" e molto poco economiche. Se Powell non avesse resistito ed avesse abbassato i tassi,oggi Wash sarebbe stato costretto ad aumenti dei tassi molto più dolorosi, perfettamente in grado di danneggiare l'economia americana. La seconda considerazione riguarda invece la manovra monetaria in sé. Più in particolare la decisione della Fed di intervenire sull'inflazione con un aumento dei tassi contenuto, così da non innescare una politica restrittiva, appare una scelta di buon senso. In uno scenario dominato dalla totale incertezza diventa obbligatorio, per una banca centrale, muoversi a piccoli passi sulla base dell'evoluzione dello scenario. Infatti, un aumento troppo rapido ed incisivo dei tassi, da una parte, rischia di danneggiare il tessuto produttivo, ma dall'altra danneggia anche i conti pubblici americani, facendo lievitare ulteriormente gli interessi su un debito pubblico che ha ormai allegramente superato i 40.000 miliardi di dollari.
Fonte: Teleborsa