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1 ore fa

Imprese, derivati hanno ridotto del 20% il costo del debito durante la restrizione monetaria

(Teleborsa) - L'uso dei derivati è "diffuso" tra le imprese non finanziarie (NFC) italiane, in particolare tra le imprese più grandi, generalmente più esposte ai rischi di mercato e meglio attrezzate per gestirli tramite strumenti finanziari. È quanto emerge da uno studio di Banca d'Italia, secondo cui la strategia prevalente consiste nel detenere posizioni lunghe in IRS, in cui le imprese si impegnano a pagare un tasso fisso ricevendo in cambio un tasso variabile. Questo approccio si è rivelato "particolarmente efficace in un contesto di aumento dei tassi di interesse, poiché i flussi ricevuti a tasso variabile hanno superato i pagamenti a tasso fisso, generando quindi guadagni".Questa dinamica è confermata da due principali evidenze empiriche. In primo luogo, il valore di mercato dei derivati in essere ha mostrato un marcato incremento a partire dall'avvio della fase di restrizione monetaria da parte della BCE nel 2022, riflettendo variazioni di valore favorevoli per le imprese. In secondo luogo, l'analisi dei bilanci aziendali evidenzia che le imprese italiane che utilizzano derivati hanno registrato un aumento degli oneri per interessi più contenuto rispetto ai non utilizzatori, indicando che l'attività di copertura ha svolto un ruolo chiave nell'attenuare l'impatto dei maggiori costi di indebitamento.Secondo il rapporto, alla fine di dicembre 2024, le NFC italiane detenevano contratti derivati per un valore nozionale lordo di quasi 350 miliardi di euro (somma delle posizioni lunghe e corte), di cui circa 230 miliardi riguardavano derivati aventi come sottostante tassi di interesse.Nel periodo analizzato, i derivati su tassi di interesse rappresentano circa due terzi del valore nozionale lordo totale, mentre la parte residua è quasi equamente suddivisa tra derivati su valute e materie prime, con quote trascurabili di derivati su azioni e credito. In termini di nozionale lordo, non si osservano variazioni sostanziali nell'esposizione delle NFC italiane ai derivati su tassi di interesse con l'avvio della fase di restrizione monetaria nel luglio 2022. Questo risultato è particolarmente rilevante dal punto di vista della copertura, poiché acquistare protezione contro l'aumento dei tassi diventa più costoso quando i tassi iniziano a salire. Tra i derivati su tassi di interesse, oggetto principale dello studio, risulta che la maggioranza è costituita da contratti IRS, che rappresentano oltre tre quarti del valore nozionale lordo dei derivati su tassi di interesse delle NFC italiane alla fine del 2024. Le opzioni (comprese le swaption) rappresentano poco meno di un quinto del totale, mentre il restante 4 per cento è costituito da altri tipi di derivati, come futures e forward.Tra il 2021 e il 2024, il valore nozionale netto delle opzioni call, che offrono protezione contro l'aumento dei tassi, è aumentato da 9,6 a 14,7 miliardi di euro. Al contrario, il valore nozionale netto delle opzioni put, che offrono protezione contro la diminuzione dei tassi, è passato da 4,9 a -3,8 miliardi di euro, indicando che le NFC hanno assunto posizioni short su opzioni put, verosimilmente come copertura contro un eventuale aumento dei tassi di interesse. Tuttavia, per le imprese, solo le opzioni call hanno registrato un incremento significativo del valore di mercato nel 2022, raggiungendo un picco di circa 518 milioni di euro, per poi diminuire bruscamente nei due anni successivi.È stata inoltre condotta un'analisi per verificare se le NFC italiane tendano a stipulare contratti swap con lo stesso gruppo bancario da cui ricevono i prestiti. Dai risultati emerge che, in media, tra il 2021 e il 2024, circa l'87 per cento del valore nozionale degli swap è stato stipulato con la stessa banca che erogava il finanziamento.Grazie alla granularità delle informazioni sugli IRS disponibili in EMIR (ad esempio, valore nozionale, tasso fisso e tipo di tasso variabile), è possibile stimare i flussi di cassa associati a questi contratti. Le stime indicano che nel 2021 le NFC italiane hanno registrato un deflusso netto di cassa dai derivati, con pagamenti superiori agli incassi per 830 milioni di euro. Questo andamento si è invertito nel 2022, quando il valore di mercato dei contratti è diventato positivo per le imprese, generando un afflusso netto di 351 milioni di euro. La tendenza al rialzo è continuata nel 2023 e nel 2024, con afflussi netti rispettivamente di 2.927 milioni e 1.897 milioni di euro. Nella fase di restrizione monetaria, i contratti IRS hanno ridotto, per le imprese che ne fanno utilizzo, i costi di finanziamento complessivamente del 20 per cento, pari a circa 100 punti base nel 2023 e 70 punti base nel 2024.
Fonte: Teleborsa